È passata qualche settimana dall’uscita della revisione dei regolamenti relativi al Fondo Unico per lo Spettacolo, con una radicale modificazione della geografia istituzionale del teatro italiano. Tra i primi a parlarne, Massimiliano Civica in una bella intervista alla testata Doppiozero, giustamente ripresa da molti poiché in grado di fornire un’interessante lettura dell’accaduto [nonostante non sia stata rilasciata a noi!, ndr]. Abbiamo quindi deciso di rilanciare il discorso (l’attualità è così fatta: qualche rilancio, altrettante condivisioni e poi, via, si tira avanti), ponendo alcune domande sul tema ad alcuni artisti, operatori e addetti ai lavori, per una serie di interviste in parallelo.

Il primo a risponderci è Roberto Castello, danzatore, coreografo, docente, tra le figure di spicco della danza contemporanea italiana e non solo: fondatore e principale anima di ALDES, collettivo artistico cui afferiscono vari artisti e performer, nonché responsabile di SPAM! Rete per le arti contemporanee, realtà spesso al centro del nostro monitoraggio.

…credo che ci sia un sostanziale disinteresse da parte della politica nei confronti del teatro perché non è un settore in grado di produrre un consenso significativo

A chi è ispirata la riforma? È il risultato dello scollamento tra la realtà della politica e quella del teatro o, piuttosto, ha un preciso scopo?
Non ho ancora fatto in tempo a leggere l’intervista di Civica: me ne hanno parlato e, da quanto ho potuto capire, penso di poterla pienamente sottoscrivere. Quanto alla domanda, credo che ci sia un sostanziale disinteresse da parte della politica nei confronti del teatro perché non è un settore in grado di produrre un consenso significativo.
Robero Castello (ph Alessandro Botticelli sito aldesl)Riguardo alla “riforma” occorre invece precisare che è sbagliato  chiamarla così. Una riforma è un processo parlamentare, ciò di cui stiamo parlando ora è, invece, solo uno dei periodici aggiornamenti dei regolamenti, non di una nuova organizzazione del sistema. Cambieranno i rapporti di dimensione e di forza di molti soggetti, cambieranno alcune quantità, ma non la logica di fondo (o meglio la sua mancanza). I regolamenti emanati nel 2007 sono stati, almeno per la danza, un disastro che ha ulteriormente marginalizzato un settore già marginale e lo ha lasciato senza alcuna forza contrattuale in balia di programmatori spesso poco competenti circa la complessità e la situazione in cui operano le compagnie. Il risultato è che a otto anni di distanza si programmano spettacoli di danza, anche pluripremiati, al costo di una cena fra amici al ristorante, e ci sono festival e importanti progetti nazionali che non si fanno scrupolo di farsi finanziare dai giovani autori e dalle loro famiglie chiedendo, e spesso ottenendo, la totale gratuità, anche per anteprime e debutti di nuove produzioni. Facile immaginare come questo schiacciamento verso il basso del mercato incida sulla qualità delle opere in circolazione. In questo stato di cose, quasi qualsiasi cambiamento finisce per essere un miglioramento. Quindi ben vengano i nuovi regolamenti. Non c’è motivo, d’altronde, di dubitare che siano il frutto della condivisibilissima intenzione di riparare ad alcuni dei gravi danni fatti nel 2007. Quello di cui ci sarebbe stato bisogno però è un radicale cambio di sistema. L’evidente sforzo di produrre i nuovi regolamenti efficienti (tutti hanno potuto vedere quanto gli uffici del MIBACT abbiano davvero lavorato per questo) è infatti fatalmente compromesso dal loro poggiarsi su un impianto legislativo caotico e antiquato. Sono decenni che si attende una legge unica per lo spettacolo dal vivo che abolisca innanzitutto l’anacronistica divisione dello spettacolo in generi (teatro, danza, musica e così via), ciascuno finanziato con un proprio budget. Ma, a giudicare dai fatti, sembra sia un compito che va oltre le capacità del nostro parlamento. Chissà quindi per quanto tempo dovremo accontentarci di questo aggiustamento.

Come cambierà il tuo modo di programmare o produrre? Credi anche tu di dover fare più spettacolo e meno teatro per avere i requisiti d’accesso ai finanziamenti?
Aldes Roberto Castello (ph tamara Alderigi, fortebraccioteatro.it)
È già da molto tempo che si fa troppo spettacolo e poco spettacolo d’arte. Non mi sembra che la situazione possa peggiorare molto. Comunque no, il mio modo di produrre non credo che cambierà. Sono decenni che faccio solo ciò che mi sembra giusto, senza curarmi se sia conveniente o meno, e non vedo alcun motivo per cambiare proprio ora. Non mi sembra che questo sia più il momento per sforzarsi di immaginare l’effetto dell’entrata in vigore dei nuovi regolamenti: meglio aspettare, vedere i primi risultati e affrontare concretamente i problemi via via che si presenteranno.
In generale, non metterei in contrapposizione i termini spettacolo e teatro. “Teatro” è un termine che, quando si elencano i generi dello spettacolo, si trova normalmente giustapposto a musica, circo e danza. Usarlo come metonimia per indicare tutto lo spettacolo d’arte finisce per attribuire implicitamente alla prosa una centralità che mi sembra tutta da dimostrare. Mi sembrerebbe più appropriato parlare semplicemente di spettacolo d’arte e spettacolo commerciale.

Con la riforma, i direttori artistici di Teatri Nazionali o dei TRIC, qualora fossero registi, non potranno più produrre spettacoli presso gli spazi di cui hanno la guida: è giusto? Non è possibile che la norma venga aggirata, magari, collocando dei prestanome o innescando politiche di scambio?
Ho sempre pensato che produrre e mettere propri spettacoli nel cartellone di un teatro di cui si assume la direzione sia una pratica scorretta e di cattivo gusto. Il processo di affermazione di un artista dovrebbe basarsi su un principio di terzietà: se il mio lavoro merita o meno lo devono dire gli altri. Una norma del genere comunque, per quanto giusta, è facilmente aggirabile. Gli scambi purtroppo non sono un pratica del passato, anche nel settore dell’innovazione e in luoghi in cui uno davvero non se lo aspetterebbe.

Credo che l’onestà intellettuale sia un dovere, non un’opzione

Facendo autocritica, Massimiliano Civica afferma: «Davanti poi a spettacoli oggettivamente brutti, ho detto che erano interessanti, perché i registi di quegli spettacoli erano anche i direttori di teatri in cui io volevo andare con le mie produzioni. Ho continuamente rinunciato al mio giudizio e alle mie convinzioni di artista perché bisogna saper stare al mondo». È capitato anche a te? Come uscire dall’impasse?
Roberto CastelloQuesta affermazione fa sicuramente onore a Massimiliano, ma state ponendo la domanda alla persona sbagliata. Del rifiuto a imparare a “stare al mondo” ho fatto la mia missione esistenziale. Quando mi è sembrato giusto, non mi sono mai fatto scrupolo di criticare chiunque: funzionari, colleghi, politici, direttori artistici e critici, e mi vanto di averne sempre pagato tutte le conseguenze professionali ed economiche. Credo, infatti, che l’onestà intellettuale sia un dovere, non un’opzione.
Essere un artista riconosciuto è un’attestazione di merito, anche morale. Ottenerla attraverso comportamenti opportunistici è come comprarsi la laurea in Albania. Ciò che Civica molto giustamente lamenta è che in questo paese, dalla morale molto elastica e fieramente refrattario alla meritocrazia, le dinamiche relazionali contano più della competenza, del merito e del talento, e che una certa dose di ipocrisia, servilismo e adulazione sono a tutt’oggi (anzi forse, oggi più di qualche tempo fa) requisiti non del tutto secondari per l’affermazione professionale anche nello spettacolo d’arte.

Il mercato mi sembra lo strumento in assoluto più inadatto a regolare il settore culturale, e meno ancora a sostenere pratiche alternative

Si può immaginare una attività teatrale, artistica, che possa esistere fuori dal meccanismo dei finanziamenti pubblici ed essere alternativa alla cultura dominante, testimoniando una possibile diversità dalla maggioranza?
Danio ManfrediniCerto che può esistere, ma non mi sembra che abbia molto senso. Il sistema dello spettacolo non si reggerebbe senza il sostegno pubblico. La questione dovrebbe quindi essere rovesciata: le leggi in democrazia dovrebbero servire a tutelare il debole verso il forte, non viceversa. L’idea che lo spettacolo d’arte possa, o debba, vivere in una dimensione di mercato e lo spettacolo di cassetta sia invece sovvenzionato, è uno scenario possibile, ma veramente strampalato. Ti immagini se un musical di Fiorello (ammesso che ne faccia) prendesse lauti finanziamenti e, che so… Danio Manfredini no? Dove troverebbe Danio [foto a sinistra] le risorse per produrre e dove troverebbero i teatri i soldi per comprare i suoi spettacoli? Il mercato mi sembra lo strumento in assoluto più inadatto a regolare il settore culturale, e meno ancora a sostenere pratiche alternative.
Ciò che al contrario bisognerebbe esigere perentoriamente è che l’accesso al sostegno pubblico sia severamente meritocratico, sia per quanto riguarda gli artisti, che, soprattutto, per quanto riguarda i ruoli dirigenziali. Non potrà mai essere efficiente un sistema in cui i decisori sono spesso incompetenti catapultati della politica.

Lo spettacolo andrebbe pensato come un “servizio”, nel senso vero e alto del termine (…), un’infrastruttura efficiente con finalità chiare, come la sanità, (…) le farmacie e il 118

Come dovrebbe essere, quindi, il paradigma della riforma?
'Stanze' Roberto Castello (ph Alessandro Botticelli sito aldes)Innanzitutto bisognerebbe smettere di affrontare la legislazione dello spettacolo come un sostegno a chi lo produce e  distribuisce per darsi invece come obiettivo la qualità del servizio che si restituisce alla collettività. Lo spettacolo è uno strumento per diffondere l’arte nella società, non un fine in sé.
Si dovrebbe ribaltare il punto di vista: l’articolo 1 di una legge sullo spettacolo dovrebbe affermare di voler promuovere lo spettacolo d’arte e di voler garantire a tutti un servizio della massima qualità e capillarità, in modo tale che tutti coloro che con le proprie tasse contribuiscono al sostentamento del sistema ne abbiano il massimo ritorno possibile.
Sarebbe un rovesciamento prospettico che costringerebbe tutti a chiedersi quali tipi di spettacolo siano di pubblica utilità, quale sia il confine fra spettacolo d’arte e mero intrattenimento, quindi cosa debba essere sostenuto e cosa no. Lo spettacolo andrebbe pensato come un servizio nel senso vero e alto del termine. Dovrebbe essere un’infrastruttura efficiente con finalità chiare, come la sanità, nella quale i medici di base sono complementari con gli specialisti, gli ospedali, le farmacie e il 118. L’organizzazione dello spettacolo soffre invece dello stesso caos dell’urbanistica. Per decenni si è costruito a casaccio e ora nessuno ha più il coraggio di dire che gli abusi, tutti gli abusi, vanno semplicemente demoliti. Occorrerebbe insomma ripensare tutto da capo partendo da una definizione delle priorità e del sistema più appropriato per raggiungerle, non limitarsi a cercare di rendere un po’ meno caotico l’esistente. Sono certo che porsi in quest’ottica renderebbe il pubblico più responsabile ed esigente, aiuterebbe gli artisti a capire per che cosa e per chi esattamente stiano producendo, e gioverebbe anche a molti teatri comunali che, preoccupati solo del pareggio di bilancio e della creazione di consenso per la giunta comunale in carica, a volte finiscono per ridursi a meri distributori automatici di spettacoli proposti da agenti e circuiti.

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