Lucca, ci troviamo con Fabrizio Fiaschini, docente di storia del teatro all’Università di Pavia e, soprattutto, direttore artistico del festival I Teatri del Sacro. Dopo aver preso visione di una gran mole degli spettacoli in programma per questa quarta edizione (qui la raccolta di pezzi arlecchini a formare un vero e proprio “speciale”), sorgono una serie di questioni a proposito della rassegna e parlarne con uno dei massimi responsabili ci pare un’opportunità da non perdere.

Com’è nato il festival?
A livello progettuale, l’iniziativa non è nata come festival, bensì come indagine sulle relazioni tra scena, sacro e spiritualità, le questioni della fede, insomma, chiuse o aperte che siano. L’idea di fondo era e rimane questa e vive di tre momenti fondamentali, tutti dello stesso valore, benché l’appuntamento di Lucca, a livello di comunicazione, emerga e ottenga il maggior spazio. Io come direttore, e le persone che con me hanno contribuito e contribuiscono alla realizzazione dell’iniziativa (Gabriele Allevi, Giorgio Testa, Claudio Bernardi, Francesco Giraldo, Ernesto Diaco) pensiamo che il centro della questione sia proprio l’indagine tra sacro e teatro oggi.
Quindi, prima del festival vero e proprio, c’è il bando di concorso, che abbiamo pensato specificamente per non partire da “ciò che c’era”, ma stimolare il panorama scenico a riflettere, compiere delle ricerche in direzione della spiritualità. Poi, siccome oggi il teatro, purtroppo, non riesce a fare ricerca per mancanza strutturale di fondi economici, abbiamo pensato di elaborare un bando che unisse questo desiderio con un sostegno produttivo. Il bando è stato creato e lanciato a livello nazionale come una “rete” da buttare, per interessare e attrarre le persone, gli artisti professionisti e amatoriali (sin dall’inizio, il nostro obiettivo è stato quello di mettere in contatto queste due realtà che raramente provano a confrontarsi) e fornire loro un supporto realizzativo.
Dopo il festival, si apre la terza questione, quella della circuitazione: che non afferisce meramente al mercato, peraltro in crisi da tempo, ma che ci spinge, una volta raccolte le suggesioni e i lavori degli artisti, a tentare di declinare il tutto in progetti territoriali, anche al di là della mera distribuzione nei cartelloni. In questa fase, noi privilegiamo non tanto l’acquisizione degli spettacoli visti a Lucca, ma la messa in pratica di iniziative particolari, piccole rassegne, come dei piccoli “Teatri del Sacro” da realizzare in più centri, partendo dalla realtà materiale del circuito cui ci rivolgiamo. Ecco perché, pur privilegiando la dimensione estetica e artistica, vorremmo che questa cosa fosse uno strumento per affrontare veramente dei temi forti e condividerli il più possibile.

Mi pare che la natura intrinseca del festival spinga verso riflessioni orientate principalmente alla religiosità cattolica, piuttosto che ai temi della sacralità in generale. È anche la tua impressione?
Free spirit legg-2 (ph Eugenio Spagnol)
Ripensando alle quattro stagioni sin qui realizzate, non vedo discriminazioni tra spettacoli che gravitano intorno a una matrice cattolica e lavori che prendono il sacro da un punto di vista più ampio. Direi, anzi, che c’è un buon equilibrio tra diverse riflessioni sul sacro. In questa edizione, abbiamo visto Free spirit di Ariella Vidach [foto a sinistra], che affronta un discorso sul rituale del corpo. Alcuni allestimenti partono da questione religiose, radicate nella tradizione cristiana (più che cattolica), ma che poi esplodono: mi viene in mente il caso di Delirium Betlem che, partendo dal riferimento iconografico, deflagra in un discorso ben distante dalla sacralità cristiana. O Caino Royale: parlo di questi, ma ce ne sarebbero anche molti altri. Non credo ci sia questo forte squilibrio. Vero è che raramente abbiamo ospitato spettacoli che dialogassero con altre religioni: l’unico, con l’eccezione di uno nelle prime edizioni, è Ramayana di quest’anno [foto in basso] Ma non si tratta di una selezione nostra che privilegia alcuni temi piuttosto di altri: ne abbiamo ricevuti pochissimi che andassero in queste direzioni.
Ramayana legg-1 . ph. Eugenio SpagnolPuò darsi che alcune compagnie, sapendo che nel progetto è coinvolta la CEI, si facciano condizionare: un ragionamento simile l’avrei capito alla prima edizione, ma, dopo quello che abbiamo ospitato, penso che nessuna compagnia possa temere discriminazioni; abbiamo dimostrato di essere aperti e permeabili a tutte le suggestioni. Credo, piuttosto, che per quanto si parli di dialogo interreligioso, tutto sommato la tradizione occidentale o è agnostica o è ancora fortemente permata da un modello giudaico-cristiano, più di quanto non sembri. Credo che il portato simbolico e archetipico di questa tradizione sia più forte di quanto si pensi, anche in chi non ha nessun rapporto con la fede.

La cultura del nostro mondo contemporaneo ha queste radici e per forza…
Ce l’ha ancora adesso, nonostante sia una cultura secolarizzata e a nessuno gliene fotta più niente della religione, da un certo punto di vista. Però tutta questa interculturalità e interreligiosità, spesso, sono soltanto apparenza.

Si dice che il teatro serve a fare comunità e che lo spettacolo funziona quando il pubblico si riconosce nell’opera che si trova dinanzi, dando vita alla magia per cui si crea uno spirito di appartenenza nel qui e ora e una condivisione tra platea e palcoscenico. Qualcosa che ha a che fare col rito e, quindi, anche con la messa. Ho l’impressione che la CEI stia tentando, con questo festival, di riappropriarsi della ritualità del teatro − ormai secolarizzata e priva dell’elemento mistico − cercando di restituirgli una veste sacrale nel ricuper delle radici cattoliche cristiane della cultura occidentale.
Per quella che è la mia esperienza istituzionale di Federgat con la CEI, questo pensiero strumentale non c’è mai stato. Lo dico con grande serenità: non c’è mai stata un’idea di usare il teatro per una sorta di nuova evangelizzazione. Da parte della CEI c’era l’interesse di comprendere quale fosse l’orizzonte del sacro e della spiritualità, anche cristiana, nella società e c’era la consapevolezza che il teatro fosse un elemento utile per capirlo.
Come dicevo prima, il progetto è nato con l’idea della ricerca, perché si capiva che c’era quest’interesse. Paradossalmente, per me, il problema è opposto: per troppo tempo chiesa e teatro, in senso metaforico, sono stato troppo distanti e troppo reciprocamente diffidenti, per cui da parte della chiesa (al di là dei teatri parrocchiali) l’idea di mettersi in gioco con una teatralità aperta e spregiudicata veniva visto con un certo timore. Ma, allo stesso modo, nel mondo del teatro, la diffidenza assoluta e quasi lo snobismo vagamente sarcastico nei confronti di quello che aveva a che fare col sacro era dominante e anche pretestuoso. Secondo me, la nostra rassegna ha il merito di riconciliare un dialogo, ma senza volontà strumentale. Credo che sia stato creato uno spazio neutro, transizionale, liminale, dove questi due mondi sono ritornari a confrontarsi in maniera seria, profonda e autentica, con l’idea, credo abbatanza reciproca, di aiutarci a capire che cosa sia il sacro oggi, nella nostra società. Senza voler tirarlo da una parte o dall’altra, e soprattutto senza voler convertire nessuno. Bisognerebbe che questa cosa crescesse ancora di più, che veramente si uscisse da una logica solo produttiva, da una parte, o solo di bando, dall’altra.

Non immaginavo un’intenzione così esplicita, bensì una suggestione implicita, data dalle condizioni delle forze in campo, dalla presenza di qualcuno che ha il potere di promuovere un bando che viene da un certo tipo di cultura. Se dall’altra parte, nonostante l’ateismo, la radice affonda comunque in quella tradizione, è quasi matematico che quello che viene fuori sia una sorta di rivalutazione dello spazio del teatro come spazio sacro declinato in senso cattolico.
Se ripenso agli spettacoli visti in scena, non ci vedo questa eccessiva predominanza della dimensione cattolica; soprattutto, se vedo questi qui, sento prevalere il dubbio sulle certezze, l’angoscia sulla serenità e la domanda sulla risposta.

In questi otto anni, che idea ti sei fatto sulla situazione del sacro?
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Due cose, sostanzialmente. Innanzitutto, oggi sempre di più quello che noi chiamiamo spirituale ha smesso di essere una suggestione filosofico/teorica, o comunque vagamente spiritualistica, diventando richiesta di risposte per una serie di urgenze e di inquietudini del tempo presente. Per capirci: credo che sia finito il new age, l’idea di un benessere legato al sacro che in qualche modo tampona le ferite. Qui la richiesta del sacro è una richiesta provocatoria, forte, urgente, rispetto alle inquietudini che ti toccano corpo e anima profondamente incarnate.
Il secondo punto è che la ricerca ha sempre bisogno di trovare dei percorsi del sacro fortemente innervati nella materia, nella sostanza, come se si cercasse di trovare qualcosa di saldo, che non vuol dire né certo né sicuro, ma qualcosa che non siano delle emozioni sospese o delle rassicurazioni, ma qualche cosa che abbia a che fare con una risposta che posso sentire e vedere.
Una terza cosa, altrettanto interessante: il festival ha permesso di riflettere su alcuni elementi della nostra tradizione, perduti o dimenticati anche per la stessa dimensione cattolica, che vengono riscoperti. Alcuni esempi concreti: la Bibbia è un libro che pochi leggono, anche tra i cattolici credenti e professanti, e, nel piccolo del teatro, il nostro festival ha avuto il merito di riportare alla luce delle questioni legate a dei testi precisi, materici, di riportare l’attenzione anche sulle agiografie, si pensi a Per obbedienza su San Giuseppe da Copertino, [nella foto sopra, l’attore Fabrizio Pugliese in un momento dello spettacolo]con uno stupore che spesso colpisce e stordisce gli stessi cattolici.

Si dice che nella cultura cristiana ci sia una sorta di scissione tra spirituale e materiale, corpo e anima. Questi tipi di esperienze di teatro riconciliano questa scissione? Il teatro prima di tutto è corpo, è presenza.
Secondo me ci provano. Purtroppo la cultura cristiana, protestante e cattolica, per lungo periodo ha accentuato questa separazione, declinandola poi nei temi noti e creando un profondo disagio nella percezione del sacro, vissuto in termini punitivi più che gioiosi. Il teatro sicuramente, visto che non si può fare senza unire le due cose, ha facilitato molto questa riconciliazione, e devo dire che negli ultimi decenni (penso soprattutto agli ultimi anni, dall’elaborazione del progetto Teatri del Sacro alla presente edizione) si sono fatti sostanziali passi avanti nel recuperare il valore del corpo. Si era già fatto negli anni Settanta, ma sono processi che rischiano facimente di essere fraintesi, inabissarsi e per poi riemergere. Adesso siamo in un periodo di grande attenzione e fervore sul valore del corpo come luogo che custodisce la spiritualità, ma che pure la esprime. Di certo il festival, in questo senso, una mano l’ha data. C’è un bellissimo verso di Dante nel Purgatorio, quando Virgilio, incontrato Stazio, cerca di abbracciarlo, ma, essendo un’ombra, non ci riesce: «lo abbraccia perché stava trattando le ombre come cosa salda». Questa idea di trattare le ombre come qualcosa di fisico è una scommessa dei Teatri del Sacro, e direi che è vincente.

Perché Lucca? E come sono i rapporti con la città?
Chiostro Real CollegioLucca è stata frutto di una selezione di questo tipo: trattandosi di un progetto nazionale, cercavamo una città che non fosse troppo lontana sia per il Nord che per il Sud. E anche un centro che non avesse già un festival teatrale significativo. Volevamo una città a misura d’uomo e che fosse pure una città d’arte, in qualche modo legata al sacro e la scelta è caduta su Lucca [nella foto a fianco: il chiostro del Real Collegio, dove si è svolta la maggior parte del Festival].
Il rapporto è stato difficile da innestare, perché, ovviamente, c’era una diffidenza rispetto a questa iniziativa, soprattutto all’inizio. I lucchesi sono un po’ diffidenti, specialmente per le cose che vengono da fuori. In seguito, è scattata una fiducia reciproca con le istituzioni che ha portato a una collaborazione felice. Lucca, secondo me, ha la grande fortuna, che rischia di essere anche un limite, di poter fare a meno di qualsiasi iniziativa: è così bella che, anche senza gli eventi che vengono da fuori, si valorizza da sola. Quindi c’è sempre un po’ di pigrizia nel facilitare le iniziative.
Devo dire, però, che ho notato una crescita maggiore di lucchesi e, da due edizioni, mi sembra che il festival non sia avvertito come un corpo estraneo. Sono fiducioso, ma sono passati un po’ di anni. Mi piacerebbe che con Lucca e con le sue istituzioni si potesse iniziare un dialogo sul dopo festival. Essendo a cadenza biennale, nell’anno di sosta sarebbe interessante creare iniziative, laboratori, riflessioni, repliche. Mi piacerebbe che fossero anche le istituzioni a spingere in questa direzione, così che Lucca possa diventare un vero laboratorio e non solo la sede di una settimana di full immersion.

[Hanno collaborato all’intervista Andrea Balestri e Igor Vazzaz]

 

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