Un merito del festival I Teatri del Sacro è, senz’altro, quello di invitare gli artisti al confronto con pubblico e addetti ai lavori, mediante gli incontri svolti nelle mattine successive alle performance. Ed è in una di queste occasioni, sabato 13 giugno, che abbiamo potuto porre tre domande a proposito della loro partecipazione alla rassegna. I quesiti erano i seguenti:

  1. Avresti mai realizzato lo spettacolo che hai portato a Lucca, se non ci fosse stata l’occasione di un festival come questo, che contribuisce alla realizzazione dei lavori?
  2. Ti sei posto o meno il problema del pubblico, magari cambiando qualcosa rispetto al tuo lavoro?
  3. Pensi che questo spettacolo girerà, al di là della circuitazione legata alla natura del festival?

Ecco le risposte raccolte.

Alberto Salvi, autore e regista di Delirium Betlem (qui la recensione)

  1. Se trovo un bivio, decido quale deviazione prendere. Mi spiego: c’era il festival, mi è parsa un’occasione interessante e, quindi, mi sono messo al lavoro. Se non ci fosse stato il festival, cosa avrei fatto? Boh, non saprei, ma mi pare difficile rispondere. Probabilmente, l’idea di Delirium Betlem c’era già, e poi è arrivato il festival.

  2. Direi proprio di no: non ho cambiato il mio modo di lavorare per adattarmi al pubblico teorico di questo festival, ma non solo… Sinceramente, non saprei neppure definire a che tipo di pubblico possa rivolgersi quello che faccio, quindi non mi riesce pormi il problema in questi termini. Non voglio dar l’idea di mancare di rispetto al pubblico, anzi, ma, quando penso uno spettacolo e poi lo metto in scena, cerco soprattutto che il risultato finale rispecchi in qualche modo me. Mica sempre ci riesco, sia chiaro: a volte mi è capitato di dire “Mamma mia che brutta roba…”, quindi non mi rispecchia, o rispecchia il brutto che c’è in me.

  3. Beh, mi auguro proprio di sì.

Luca Ricci regista di Lourdes, con Andrea Cosentino (qui la recensione)

  1. (rivolgendosi ad Andrea Cosentino) Parlo io? Dai, parlo io, per questioni di età.
    La risposta è no, non avremmo fatto Lourdes senza la prospettiva dei Teatri del Sacro, ma siamo contenti, e molto, di averlo realizzato. Non è un problema ammetterlo: era da tempo che volevo lavorare con Andrea, gli avevo proposto già dieci anni fa un progetto, anche in quell’occasione un’interpretazione femminile (L’iguana di Anna Maria Ortese), e adesso si è presentata l’occasione. Mi pare, quindi, uno degli aspetti positivi di questa rassegna, che consente agli artisti di riflettere su tematiche legate al sacro e alla spiritualità in una maniera in cui, forse, avrebbero potuto farlo anche autonomamente, ma forse anche no. Quindi, per me, rispondere “no” a questa domanda è tutt’altro che penalizzante e rispecchia, invece, un valore.

  2. Credo che quando si lavora a uno spettacolo si cerchi sempre di dire qualcosa di bello, autentico e vero. Non si pensa esattamente a un pubblico, né, tantomeno, a quello di questo festival: prima di tutto, perché non c’eravamo mai stati e non sapevamo com’era, poi perché l’impressione avuta dagli incontri preliminari era di una visione piuttosto dialogante della religione e della spiritualità in cui anche il nostro modo di fare avrebbe potuto avere cittadinanza. Lo abbiamo vissuto quindi come uno spettacolo che volevamo fare e al meglio.

  3. Quanto alla circuitazione, sì, crediamo che Lourdes sia un lavoro che possa avere anche una sua storia in contesti non necessariamente legati al tema del sacro. Penso che possa parlare a pubblici diversi o, almeno, questa è la mia speranza.

Andrea Cosentino chiede la parola e aggiunge:

Vorrei dire una cosa riguardo alla seconda domanda: quando lavoro a uno spettacolo non penso a un pubblico in particolare. Al limite, penso a mio fratello, che è una persona intelligente, ma che non si occupa di teatro. Quando lavoro, sinceramente, non mi pongo il problema degli spettatori: cerco di fare quello che piace a me, che mi diverte, mi interessa e mi fa ridere. E se c’è un pubblico in particolare che non mi interessa, al limite, è proprio quello dei festival, dei site specific, quel pubblico elitario che vuole spettacoli per sentirsi speciale e che è il corrispettivo del pubblico borghese di un tempo, formato da gente che andava a teatro per sentirsi più colta degli altri.
Da questo punto di vista, mi ha stupito la serata di ieri sera, perché, nonostante le difficoltà logistiche, mi è parso che il pubblico fosse davvero molto vario; per me, la situazione ideale. E, in generale, la rassegna dei Teatri del Sacro mi ha davvero stupito in positivo per filosofia, apertura, come occasione d’incontro.

César Brie, autore e interprete di La volontà (qui la recensione) 

  1. Io ho cominciato a lavorare su Simone Weil due anni fa. Non sapevo neppure che esistesse il festival dei Teatri del Sacro. Quando abbiamo avuto problemi per l’installazione dell’imbragatura ho pure detto ai miei collaboratori di ritirarci dal progetto, di dire che non l’avremmo fatto, che avremmo chiuso il lavoro più tardi, debuttando due mesi dopo. Non mi interessava altro, con tutto il rispetto che merita, comunque, una rassegna così aperta e accogliente come questa. Non ho pensato a La volontà perché i Teatri del Sacro mi davano qualche euro: nella mia vita cerco di trovare i soldi per fare quello che voglio, ma non mi metto a fare cose perché ci sono i soldi. Questa è stata la mia regola e sarà la mia regola sino alla fine. Infatti, non sono ricco, ma sono tranquillo con la mia coscienza. Questo spettacolo si sarebbe fatto comunque, a prescindere dall’esistenza del festival, del sacro, del profano, a Lucca o in Australia: io lo volevo fare e avremmo, in un modo o nell’altro, individuato il modo per farlo.

  2. Ieri, agli applausi, in quella sala disgraziata, perché dopo dieci file non si vedeva né si sentiva bene, mi sono sorpreso: la maggior parte degli applausi, infatti, veniva da dietro, anche perché davanti c’erano gli operatori. Questo conferma, peraltro, un’idea che mi porto dietro da quando faccio questo lavoro, da quarantatre anni: ogni operatore andrebbe “diluito” in mezzo a dieci spettatori “normali”. Invece di fare un blocco di critici, meglio sarebbe mescolarli al pubblico “non professionale”: non perché siano cattivi, ma perché danno un feedback diverso rispetto a uno spettatore ordinario… Avendo visto moltissimi allestimenti, date un feedaback molto minore di quello di cui abbiamo bisogno noi in scena… Lo spettatore professionale è una sorta di “tomba”: incassa tutto e non rimanda niente. Non è una cosa contro i critici: io adoro i critici, pur litigandoci, appassionandomi. Li trovo necessari: ho vissuto in Bolivia, per vent’anni, e non avere critici mi pareva un disastro, perché mancava una sponda, un confronto, una parte essenziale al lavoro che facciamo. In questo evento, devo dire che mi è mancata una maggior vicinanza con il pubblico “normale”, quello che però, alla fine, mi è sembrato apprezzare quanto abbiamo fatto.

  3. Io, quando faccio un lavoro, vorrei farlo fino a che muoio. Questo spettacolo mi è molto caro, so per certo che crescerà tantissimo, sto ancora facendo sforzi con la memoria e, quando lo avrò assimilato bene, potendomi concentrare sui dettagli, so che diventerà molto più potente, anche senza cambiare niente. Vorrei farlo sinché l’artrosi non mi impedirà di volare.

    [trascrizione a cura di Igor Vazzaz]

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