È passato qualche mese dall’uscita della revisione dei regolamenti relativi al Fondo Unico per lo Spettacolo, con una radicale modificazione della geografia istituzionale del teatro italiano. Tra i primi a parlarne, Massimiliano Civica in una bella intervista alla testata Doppiozero, giustamente ripresa da molti poiché in grado di fornire un’interessante lettura dell’accaduto. Abbiamo deciso di rilanciare il discorso, ponendo alcune domande sul tema ad alcuni artisti, operatori e addetti ai lavori, per una serie di interviste in parallelo.

Questa volta, il nostro interlocutore (qui la lista progressiva con tutte le interviste) è Aldo Tarabella,  regista lirico e compositore, direttore artistico del Teatro del Giglio di Lucca tra 2000 e 2008, rientrato in carica nel 2012.
[La trascrizione dell’intervista è stata curata con il prezioso aiuto di Andrea Balestri, ndr]

Da chi è ispirata la riforma? È il risultato dello scollamento tra la realtà della politica e quella del teatro o, piuttosto, ha un preciso scopo?
Teatro del Giglio, interno
Un doveroso desiderio di cambiamento: la vecchia legge era ormai superata. La politica ha cercato di mettere a nuovo delle strutture che, comunque, persisteranno, anche se pare stiano già pensando ad aggiustamenti ulteriori. La buona volontà è apprezzabile: ci sono lati positivi, li vediamo, ma ci sono anche lati meno chiari. Quello che ci preoccupa di più è il giudizio cui verremo sottoposti sulla base dei programmi.
Il governo si è trovato davanti alle Fondazioni Liriche, che sono il grande problema: strutture molto estese, comprensive di orchestra, coro, corpo di ballo, ma anche tecnici e amministrativi, e che, considerando i tredici enti italiani, contano fra le 350 e le 500 persone cui pagare uno stipendio mensile. Da questo punto di vista, siamo preoccupati per come sarà gestita la situazione: da una parte, si dice di garantire chi è virtuoso, chi ha idee, e poi premiano l’indebitatissima Opera di Roma, trattata al pari della Scala, escludendo, per esempio, Venezia o altri teatri in attivo. Spazi che, magari, con un solo titolo fanno moltissime recite da cui ricavano soldi da investire in innovazione.
teatro del giglio interno_01Quanto al Teatro del Giglio, incluso tra i 28 teatri di tradizione, il limite grande è che il ministero non permette di presentare più di una domanda e, quindi, si deve scegliere solo un’area per la quale chiedere i contributi. Siamo, così, concentrati sull’opera lirica, e non possiamo aspirare a un contributo per la prosa, che pure programmiamo da sempre. Il motivo di questa restrizione dovrebbero spiegarmela.
Funziona così: tutti i teatri di tradizione fanno domanda per la lirica e a tutti viene proposto di fare una stagione di danza o un festival multidisciplinare. A noi interessa il secondo, un percorso “misto”, tra musica, parola, movimento. Ci sono molti dubbi perché, sinora, dal ministero non abbiamo avuto risposte.

A livello regionale si pensa a un cartellone unico tra questi tre e il Festival Pucciniano: potrebbe essere una buona idea […] per far girare i titoli e ridurre le spese di produzione

In Toscana, quali realtà saranno favorite dal nuovo assetto?
SangirolamoL’incontro, a dire il vero un po’ bizzarro, tra Pergola e Pontedera favorisce sicuramente entrambi. Regredisce Prato, che diventerà di seconda fascia. Va detto che, comunque, i tre teatri di Lucca, Pisa e Livorno non hanno alcuna speranza verso altre fonti di finanziamento: come teatri pubblici, il sostentamento avverrà attraverso l’opera.
A livello regionale si pensa a un cartellone unico tra questi tre e il Festival Pucciniano: potrebbe essere una buona idea. Ci sono differenze sostanziali, ma un cartellone unificato potrebbe rivelarsi utile per far girare i titoli e ridurre le spese di produzione. Noi ci stiamo impegnando per riuscire a movimentare proficuamente il pubblico in un’area metropolitana interessante come la nostra.
Quanto a Pontedera, stiamo instaurando un dialogo: il sogno è organizzare insieme una stagione al Teatro San Girolamo [foto a sinistra].

Sulla carta, richiedono interventi sulle nuove generazioni, ma, poi, siamo gli unici sul territorio nazionale ad avere una stagione lirica dei ragazzi per i ragazzi senza che vi siano contributi per orchestre giovanili e operazioni del genere

Come cambierà il tuo modo di programmare o produrre? Credi anche tu di dover fare più spettacolo e meno teatro per avere i requisiti d’accesso ai finanziamenti?
Aldo Tarabella 3jpgQuesto è un punto positivo. La griglia impone 2000 giornate contributive di carattere artistico, ossia un invito a produrre di più nel rispettivo settore di riferimento. Dobbiamo quindi lavorare per produrre due titoli lirici: questo darebbe più lavoro, ci sarebbe meno imbarazzo da parte mia nella scelta, perché ci sono tanti artisti bravissimi che vorrei far lavorare. Nelle domande precedenti, a proposito delle giornate contributive, entravano anche i tecnici e il personale di servizio, mentre oggi riguardano solo gli artisti, cioè comprendono orchestra, coro, maestri collaboratori. Il cast, per tutte le giornate di lavoro. Questo apre una nuova prospettiva: mentre, prima, Lucca era leader nazionale nel mandare fuori le proprie opere, adesso il ministero non incentiva più a far questo, spingendoci a creare assi regionali, come quello con Pisa e Livorno. Per certi aspetti è positivo, per altri penalizzante. Nonostante si coproducano tutti e tre i titoli in stagione, il ministero conta, come giornate contributive artistiche, solo i giorni in cui si lavora nella nostra città. Da una parte esortano a produrre di più in autonomia, ma dall’altra servirebbero le finanze per poterlo fare.
E un’altra cosa: sulla carta, sembra richiedono interventi sulle nuove generazioni, ma, poi, siamo gli unici sul territorio nazionale ad avere una stagione lirica dei ragazzi per i ragazzi senza che vi siano contributi per orchestre giovanili e operazioni del genere. Vorrei capire se per questa filiera (che parte da Lucca Opera Junior al repertorio, passando per L.T.L. OperaStudio) saremo premiati oppure no.

Con la riforma, i direttori artistici di Teatri Nazionali o dei TRIC, qualora fossero registi, non potranno più produrre spettacoli presso gli spazi di cui hanno la guida: è giusto? Non è possibile che la norma venga aggirata, magari, collocando dei prestanome o innescando politiche di scambio?
da-sinistra-Tarabella-traduttrice-Korsunovas-Papartyte-BrinziSono assolutamente d’accordo che chi ha una direzione artistica non debba entrare nel merito delle regie. E lo dico sapendo che, in ambito lirico, molti miei colleghi direttori e registi firmano costantemente le opere, purtroppo. Questo crea un grande un imbarazzo che, nell’ambiente operistico, viene sopportato.
Io mi comporto in modo diverso: non faccio niente, e mi spiace da morire, ma la mia umilissima vita artistica se ne deve viaggiare per conto proprio. Ho rinunciato a Madama Butterfly che tutti, dai tecnici al direttore, mi chiedevano di firmare. Nel teatro di prosa, forse, la restrizione potrebbe avere meno senso: uno Strehler, un Ronconi, erano l’anima principale dei cartelloni. [a sinistra, Aldo Tarabella con Giedre Bagdziunaite, il regista Oskaras Koršunovas, gli attori Ruta Papartyte e Marco Brinzi].

Adoro il pubblico, tengo molto al suo giudizio e sono molto attento a questo aspetto. Uno spettacolo che non mi piace, che reputo una schifezza, non lo vado proprio a cercare

Facendo autocritica, Massimiliano Civica afferma: «Davanti poi a spettacoli oggettivamente brutti, ho detto che erano interessanti, perché i registi di quegli spettacoli erano anche i direttori di teatri in cui io volevo andare con le mie produzioni. Ho continuamente rinunciato al mio giudizio e alle mie convinzioni di artista perché bisogna saper stare al mondo». È capitato anche a te? Come uscire dall’impasse?
Bisogna cercare di dire le cose fino in fondo e conta molto, in questo senso, essere nella posizione di non dover chiedere nulla a nessuno. Questo può essere un limite nella mia attività di compositore e regista lirico, ma non me ne importa: adoro stare qui, e so che, in ogni caso, lavoro per ricercare il bene comune. Adoro il pubblico, tengo molto al suo giudizio e sono molto attento a questo aspetto. Uno spettacolo che non mi piace, che reputo una schifezza, non lo vado proprio a cercare.

Si può immaginare una attività teatrale, artistica, che possa esistere fuori dal meccanismo dei finanziamenti pubblici ed essere alternativa alla cultura dominante, testimoniando una possibile diversità dalla maggioranza?
San Girolamo
Sì, assolutamente. L’esempio più lampante, per quanto riguarda la nostra esperienza, è il sogno su cui mi batto quotidianamente, dedicare il Teatro San Girolamo al contemporaneo. Dico San Girolamo perché la sala che abbiamo a disposizione è questa, poi sembra che in uno o due anni venga presentato il progetto di riqualificazione della ex Manifattura tabacchi, in cui potremo avere sala teatrale, spazi di studio, suono e video che ci permetteranno di elaborare nuovi progetti. Certamente potremmo pensare di vivere non più vincolati da quello che è il contributo pubblico, anche perché, come si vede, il contributo viene facilmente ingabbiato.
Faccio l’esempio di GiglioLab: cerchiamo in ogni modo di non “strutturarlo”, perché quando un’idea buona passa alla fase della regolamentazione, spesso viene “irregimentata”. Quello dev’essere, invece, un cammino liquido, aiutato dall’esterno (con sponsorizzazioni e aiuti), pur tutelando al massimo l’indipendenza del progetto creativo. Questo è il fronte più interessante: l’opera contemporanea non la finanzia nessuno, la compagnia giovane o il testo nuovo nemmeno. In questa direzione bisogna dare uno stimolo.

Vorremmo, semplicemente, che questa nuova riforma permettesse alle figure preposte uno sguardo un po’ più intenso sulle nostre realtà

Come dovrebbe essere, quindi, il paradigma di una buona riforma, per te?
Innanzitutto, la politica non dovrebbe metterci mano. Da una parte, ci vuole molto amore per il teatro, dall’altra, serve anche un certo distacco per vedere il nocciolo delle questioni. Noi vorremmo essere visionati, controllati, perché sentiamo di essere vivi, di non avere legami con la politica e di non essere corrotti. Vorremmo, semplicemente, che questa nuova riforma permettesse alle figure preposte uno sguardo un po’ più intenso sulle nostre realtà. Notiamo, invece, che lo Stato non ci conosce, si basa su giudizi o pregiudizi decennali. E così anche la Regione: mentre da Modena e da Bologna vengono a vedere cos’è che ci permette di avere un’alta percentuale di pubblico giovane, la politica ci ignora. Abbiamo il forte timore che, comunque, non vengano premiati i teatri virtuosi, che la riforma non venga applicata in modo serio e corretto, come già è avvenuto con alcuni enti lirici o alcuni teatri nazionali.

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