Tutti gli spettacoli meriterebbero un manifesto – un’affiche, per fare i raffinati – che, pur rimanendo fisso, incollato a un pannello in doppia o quadrupla copia, riesca ad eccitare la fantasia del passante affaccendato, a incuriosire l’automobilista inchiodato al semaforo, a sorprendere il passeggero distratto sul filobus.
Non tutti ne hanno uno, ahimè, e gli spettacoli che hanno la fortuna d’essere reclamizzati per via di affissioni pubblicitarie ne hanno forse più svantaggi che benefici.
Io, che sono Arlecchino, sono vagabondo per natura. E quando passeggio, ciondolando tra le vie che si svuotano all’imbrunire, mi fermo a guardare i manifesti dei teatri. E giudico.

Pistoia, capitale della cultura per il 2017, qualsiasi senso abbia consimile titolo. Come variamente scritto sulle colonne di questo foglio digitale, qualche merito per tale nomina va senz’altro attribuito anche al buon operare degli spazi scenici della città, Teatro Manzoni (gestito dall’Associazione Teatrale Pistoiese) e Centro Culturale Il Funaro.

Non tutto oro è quel che riluce, però, neppure qui, tra vagoni e vivai. Capita infatti che l’immagine abbinata al cartellone 2016-17 del principale spazio cittadino, un disegno firmato da Riccardo Mannelli che ritrae una donna dai capelli rossi, in parte biancovestita a intravvederne le forme, mentre in mano reca una pagnotta ad altezza ventre e ai cui piedi campeggia lo slogan “La passione sfama“, abbia sollevato, pur nei limiti endemici d’una bega municipale, il più classico dei vespai.

teatro-manzoni-pistoia-la-passione-sfama-disegno-di-r-mannelli-da-us-teatroApriti cielo! Le prime a insorgere sono state le femministe di Rete 13 febbraio. Hanno scritto, in una lettera inviata ai quotidiani locali e pubblicata sul loro sito: «Non siamo a discutere l’opera del maestro Mannelli [no, macché, N.d.R.], né le intenzioni comunicative dell’artista. Ci interroghiamo sull’opportunità di scegliere proprio quest’opera, allontanandola dal suo contesto più adeguato, per trasportarla su un manifesto e su una brochure finalizzati alla pubblicizzazione di una stagione teatrale e, quindi, alla vendita di un prodotto culturale». Poco dopo, col piglio assertivo del più solido critico d’arte, aggiungono: «Di questa figura non può non colpire quella pagnotta posta a coprire proprio gli organi genitali della donna, anzi è la prima cosa che si nota. L’accostamento “sesso e cibo” oppure “sesso e guadagno” oppure “sesso e pagnotta” con cui sopravvivere e avere il pane quotidiano non ci sembra una grande novità e anzi richiama una mercificazione del corpo femminile e della sessualità. Probabilmente (ma non lo sappiamo) tutto questo non è nelle intenzioni dell’artista e nemmeno nelle vostre, ma questa è l’impressione che il manifesto comunica». Gioco, partita, incontro. Loro hanno sentenziato e, dunque, quella fornita è, evidentemente, l’unica interpretazione plausibile del manifesto. Sacchettini (presidente dell’Associazione Teatrale Pistoiese), taci. [A dire il vero, Rodolfo Sacchettini non ha taciuto, ma non è bastato a placare le agguerrite femministe pistoiesi, N.d.R.].

Non è questa, a quanto pare, la sola reazione vibrante e stizzita dinanzi alla scandalosa opera mannelliana: pure la professoressa del Liceo Classico Forteguerri Caterina Iannella ha pensato di palesare il proprio disappunto, sottolineando il carattere ambiguo dell’immagine per poi chiedersi «quando nelle pubblicità si smetterà di utilizzare i soliti stereotipi legati al richiamo sessuale mediante il corpo delle donne», e chiosare «Davvero una donna nuda è ancora oggi il mezzo da utilizzare per vendere? Sicuri che la scelta sarà gradita al pubblico pagante e non? E anche se lo fosse sarebbe giusto e corretto, soprattutto se imposta da un ente culturale?»
Tali considerazioni erano state anticipate, del resto, dall’ammissione d’una difficoltà: «Ad un primo sguardo si resta confusi dall’offerta e con stupore si apprende che la gigantessa con pagnotta ci vende un biglietto e ci invita a teatro». Chissà quali night-club frequenta, la signora (si fa per scherzare, eh): avendo ben presenti i cartelloni pubblicitari del celeberrimo Excelsior, ora a Campi Bisenzio ed erede del leggendario ex cinema di Fucecchio ove pare ne accadessero d’ogni colore, beh, diciamo che la differenza di stile con il tratto di Mannelli è almeno visibile.

Da parte sua, il disegnatore (che ricordiamo con piacere tra i principali protagonisti di Cuore – Settimanale di resistenza umana, una ventina d’anni or sono) ha rilasciato alcune dichiarazioni alla stampa, affermando che la polemica gli «sembra vecchia come il cucco, lasciatemelo dire, sterile, superficiale. […] La figura femminile è sempre stata metafora delle arti e della poesia, la stessa musa è femmina». “Fuggito” dalla natìa Pistoia a ventidue anni, Mannelli aggiunge:  «Me ne sono andato per mia scelta, tra l’altro abbastanza ricambiata, direi, visto che la città non mi ha mai offerto poi più di tanto. La piccola provincia mi è sempre stata stretta, anche da ragazzo andavo via di casa e ritornavo continuamente. Ho lavorato molto con Giancarlo Galardini negli anni Settanta: Pistoia era vivace, eravamo tutti impegnati in attività culturali e politiche. […] Cosa penso di Pistoia e dei pistoiesi oggi? Non ne ho la più pallida idea e non mi interessa. Penso che sia rimasta una città ripiegata su sé stessa».

Roberto Benigni, vita-da-cioni-puntata-1-01 (da video)A dire il vero, Pistoia, città bellina assai, qualche peculiare precedente in fatto di sensibilità di genere ce l’ha eccome.
Aprile 1978: il Teatro Manzoni ospitava un giovane e ancora non conosciutissimo Roberto Benigni, protagonista del monologo Cioni Mario di Gaspare fu Giulia. Nel testo, scritto dall’attore assieme al regista Giuseppe Bertolucci, il protagonista scaglia tre feroci invettive in rima, rispettivamente contro il padre, le donne e Giorgio Almirante, allora segretario del Movimento Sociale Italiano, il maggior partito di destra dell’epoca. Ognuna di queste invettive costituisce una grottesca, rabelaisiana aggressione iperbolica dall’irresistibile effetto comico. Nel corso di quella indirizzata all’altra metà del cielo, nonostante l’attore avesse pure “preparato” il pubblico durante il prologo («perché questo è un personaggio tragico, drammatico, è disperato, siccome le donne non le può avere allora le odia, proprio le mangerebbe vive, proprio le, le strapperebbe le donne proprio, perché, perché non le può avere. C’è proprio un discorso di… insomma è quasi femminista, talmente antifemminista…»), si sollevarono le proteste d’un gruppo di femministe che interruppero a più riprese la performance e fu bravissimo Benigni (della serata si conserva una registrazione “pirata”) a gestire con molta classe la situazione, riuscendo poi a concludere il monologo. Saranno state le mamme (o le zie) delle attuali indignate pistoiesi? Chissà.

Io, che sono Arlecchino, non amo granché le beghe di quartiere e me ne occupo solo se son davvero divertenti: con questa, in effetti, non ci si può lamentare. E, dunque, dico che, a volte, le femministe prendono autentiche cantonate, che cela ce n’est pas une femme, così come il celeberrimo quadro di Magritte non è la pipa che (sembra) rappresenta(re) e che il tratto schieliano di Mannelli mi piace assai, per cui andrò presto a vedere la mostra Bellezza vera (da cui è tratta anche l’immagine del cartellone pistoiese) dedicata alle opere di Mannelli dalla Galleria Gagliardi a San Gimignano, in provincia di Siena.

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l'Arlecchino
È un semplicione balordo, un servitore furfante, sempre allegro. Ma guarda che cosa si nasconde dietro la maschera! Un mago potente, un incantatore, uno stregone. Di più: egli è il rappresentante delle forze infernali.