Dicembre, periodo di feste e bilanci. Quest’anno nemmeno io, che sono Arlecchino, ho resistito alla tentazione di organizzare una festa natalizia per gozzovigliare in allegria con artisti, lettori, simpatizzanti e debitori.
E come rinunciare ad assegnare dei premi? Nel 2016 è un dovere, tanto che c’è pure chi, non avendo soldi (noi l’abbiamo fatto a costo zero!) organizza la premiazione coi fichi secchi in diretta radio.

Insomma, eravamo tutti all’Officina di Arte Fotografica e Contemporanea Dada Boom (un nome facilissimo, in effetti) di Viareggio e, a metà della cena, ho sentito il dovere di fare il punto sull’anno agli sgoccioli (con tanto di presentazione simil-aziendale e opportunissime slide di supporto), per poi elargire premi: solo simbolici, ché almeno metà dei vincitori non son venuti al No Birkenstock Party (e alcuni non li avrei proprio fatti entrare).

I numeri di Arlecchino

La rivista ha aperto bottega il 12 gennaio 2015 e ha contato 700 giorni di attività proprio in occasione della sera del Natale in casa Arlecchino. Ci lavorano (per così dire) 24 collaboratori (a star larghi).
Dal 1 gennaio 2016 sono state pubblicati 145 sguardazzi (355 in totale, dall’inaugurazione della testata).
Gli strombazzi sono stati 61: possono sembrare pochi rispetto ai 204 dal gennaio 2015, ma da quando esistono i consigliazzi settimanali, la tendenza è quella di rilanciare solo i comunicati stampa indispensabili (per nostra e vostra fortuna). A proposito, quest’anno abbiamo coperto ogni singola settimana con le dritte teatrali firmate (salvo eccezioni) da Igor Vazzaz, su un totale di 87 puntate complessive.
Mandare avanti il Calendazzo è sforzo per niente facile, ma, in questo senso, è vero che l’unione fa la forza. Nondimeno, i numeri hanno sorpreso pure noi: su un totale di 1090 schede spettacolo, ben 477 sono state compilate quest’anno. Il calendario ha dato o darà conto, finora, di 2639 eventi teatrali.
Abbiamo recensito pure 45 locandine (su 9755 viste) e 15 bagni su 438 visitati (di cui 7 ancora intasati).
876 comunicati stampa sono stati ignorati (su 877 ricevuti), con buona pace degli operatori presenti in sala.

Momento trasparenza: abbiamo scroccato 920 biglietti, rivenduti con un guadagno di 35.677,32€.
Ma la vita del critico non è sempre piacevole: abbiamo contato 86 ore di attesa nel foyer, 3 multe in divieto di sosta (di cui 4 per eccesso di velocità) e 2 patenti ritirate per guida in stato d’ebrezza.
I minuti dormiti in platea ammontano a 787, di cui 216 russando (sono quelli del Vazzaz).
Le recensioni tardive, nel 2016, sono 23 di cui 15 ancora da scrivere. 4538 sono le caramelle scartate, ma non da noi.

I premi di Arlecchino

Abbiamo quindi iniziato con dei premi interni, perché ci garba così.

  1. Premio Stortoni per la Lamentatio
    Vi si registra un pari merito tra Igor Vazzaz (coinvolto nella querelle che dà il nome al trofeo) e Andrea Balestri per la diffida qui recensita: è vero che risale al tardo 2015, ma l’attesa di una controrisposta ci ha impegnati anche nell’arco del 2016. Aspetamo.
  2. Premio (Maratona) Mentana per la Scena
    A Igor Vazzaz, rendendo merito alla continuità nel redigere i già citati consigli per ben 33 settimane di seguito.
  3. Premio Arlecchino Tardivo
    Maria Feliciano, per la recensione di Lucia di Lammermoor arrivata con 5 mesi e 5 giorni di ritardo: si era persa sulla strada da Torino. Succede.
  4. Premio Arlecchino Scroccarello
    Ad Andrea Balestri, per essere riuscito a farsi accreditare in Belgio, per poi non recensire niente: abituato all’opera lirica, si accorse che recitavano in francese solo quando fu seduto nella platea del Théâtre National di Bruxelles.

ungiornodinoiEd ecco, per la serie Arlecchino Cerca Amici, gli attesissimi riconoscimenti verso il mondo non arlecchino:

  1. Premio Locandina Più Brutta
    All’affiche di Un giorno di #noi, spettacolo di Gabriele Paoli andato in scena a Buti nel maggio 2016. Va da sé che il premio deriva direttamente dalla consultazione della rubrica A prima svista e, dunque, vi serviamo qui a destra, in tutto il suo splendore, la locandina vincitrice, riportando lo stralcio di articolo letto quale motivazione:

    Intestazione, nomi e crediti in scialba bicromia bianco-giallino; eccedenza e sovrapposizione di contenuti, predominanza dell’auctoritas del testimonial/divo sull’oggetto. L’uomo e la donna ritratti in fondo a una non connotata rampa di scale (Francesco Arca e Giorgia Surina sono i due attori, proprio loro; beh, allora…) comunicano un solo possibile messaggio: “posso vestirmi come mi pare, tanto sono comunque più figo/a di voi”.

  2. Premio Tazza D’Oro
    Al Teatro F. Di Bartolo, per “la toilette più intimistica, accogliente e uterina di tutta la Toscana del Nord“. Vi rimandiamo alla recensione del gabinetto in questione.
  3. Premio Quarto Potere
    Al comunicato stampa per Dalla City di Londra alla Provincia di Pisa: come ti preparo uno spettacolo teatrale attraverso i Social Networks, titolo integrale del testo che già riportammo, non appena riuscimmo, e non fu per niente facile, a smettere di ridere. Sebbene l’opera annunci un altro spettacolo di Gabriele Paoli (L’inferno dentro), non abbiamo niente di personale contro il londi-butese: i premi non vanno agli spettacoli, quindi non li ha vinti lui. Lo scritto è stato letto quasi interamente, durante la cerimonia, dall’amico Massimo Grigò che ha improvvisato una delle sue più toccanti interpretazioni. Peggio per chi non c’era.
  4. Premio Magdi Allam alla carriera
    Assegnazione forse irripetibile per i prossimi anni: la scelta è stata obbligata, e il premio conferito in contumacia ad Andrea Buscemi, perché finalmente i suoi indiscutibili meriti artistici hanno trovato riconoscimento in una carica pubblica da parte della società civile.
  5. Premio Brachetti al Travestitismo
    Al CRST di Pontedera, per essere riuscito a voltar gabbana, approssimandosi a un mero teatro commerciale, con ammirevolissima non chalance, questa sì, frutto di vera ricerca e sperimentazione.
  6. Premio Peggior Spettacolo dell’Anno
    Vita di Galileo di Gabriele Lavia: sebbene abbia debuttato nel 2015, con le sue quattro ore e venti minuti di durata travalica ogni limite temporale. Motivazione: “perché più alto è il dirupo, maggiore è il danno riportato dal corpo che morto cade (che è quello dello spettatore)“.
  7. Premio No Birkenstock per l’Anticonformismo
    Roberto Castello, per la qualità del suo lavoro artistico espresso attraverso la caparbia e rigorosa coltivazione dei suoi baffi sabaudi. Il coreografo torinese, appena giunto alla festa da una delle mille riunioni che tempestano la sua oberatissima esistenza, ha denotato una certa difficoltà a capire cosa avesse vinto e, soprattutto, per cosa: stravolto, non commentò.

Cosa dire? Peggio per chi non c’era, ma sul serio. (Sì, Goretti e Masella, ce l’abbiamo con voi).
Il prossimo anno farò, faremo, faranno di più e di peggio.
Buon anno e vogliate bene al vostro Arlecchino!

 

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