Ciao e il dialogo dei ricordi di Walter Veltroni

Sguardazzo/recensione di "Ciao"

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Cosa: Ciao
Chi: Massimo Ghini, Francesco Bonomo
Dove: Firenze, Teatro della Pergola
Quando: 30/03/2017
Per quanto: 70 minuti

Il sipario si apre su un salotto circondato da un’immensa libreria: un misto tra la biblioteca della Bella e la Bestia e l’ultima proposta di “Architectural Digest”. La scenografia risulta prospettica: al centro, una porta da cui si diramano gli innumerevoli scaffali ricolmi di libri, davanti a essa, un divano bianco ai cui lati, poste simmetricamente, due scrivanie. Incastonate nella libreria, ambo i lati, due grandi finestre su cui si proiettano, oltre che un panorama da screen saver, video, fotografie e lettere, come vere e proprie finestre di personal computer. La scena, allestita da Maurizio Balò, è tanto bella quanto poco utilizzata: la porta verrà aperta una o due volte e i libri resteranno incollati agli scaffali. Ciao è quello che potremmo definire un documentario teatrale sulla vita e dei successi di Vittorio Veltroni, palesati al pubblico tramite un peculiare dialogo tra il figlio, ormai sessantenne, e il padre, a trentotto anni dalla morte.

Walter sta scrivendo un romanzo sul genitore e, talmente immerso nel suo lavoro, vede l’avvento di questi, con il quale inizia un viaggio a ritroso nei ricordi, nei successi che vanno dalla direzione della radio, alla scelta del Guglielmo Tell per la sigla del telegiornale, dalle telecronache ciclistiche su Bartali e Coppi, all’amicizia con Sordi.

Il testo drammaturgico, firmato appunto da Walter Veltroni, attinge a piene mani all’omonimo romanzo, e ne risente la provenienza: ritroviamo scene ridondanti e didascaliche, troppo descrittive per una performance agita.
In scena, Massimo Ghini è molto naturale nel personaggio di Walter, nonostante il ruolo gli imponga la ricerca dell’approvazione da parte di un figlio mescolato a una divulgazione nozionistica dei successi del padre alla stregua di una sorta di Alberto Angela.
L’interpretazione di Francesco Bonomo è fredda, distaccata da quello che dovrebbe essere il ruolo di un babbo secondo la proiezione mentale di un figlio che ne ha sentito la mancanza (n.d.r Vittorio Veltroni è morto quando il figlio aveva un anno): una figura allegra, spensierata, cosciente delle sue fortune e innovazioni.


Maccarinelli
 mette in campo una regia fondata su due aree fisiche corrispondenti ad altrettante proiezioni psicologiche, delimitate dalle due scrivanie: quella di Walter, a sinistra, e quella di Vittorio, sul lato opposto. Ognuno ruota intorno alla propria sedia, rievocando aneddoti sulla storia della radio e della televisione italiana; sino a giungere ai pochi incontri “paterni” al centro della scena, sul divano o davanti a esso.
Ed è normale che, all’uscita del teatro, le persone che hanno potuto vivere direttamente gli esordi della televisione restino affascinate da un allestimento come questo: cullati nel ricordo dai video in bianco e nero appena riproposti, canticchiano Vola colomba della Pizzi poc’anzi riascoltata. Lo spettacolo tenta un paragone tra l’attualità e il passato, sottintendendo (nemmeno celatamente) la classica frase: una volta eravamo felici con poco, adesso abbiamo tanto ma non lo siamo più. Ci auguriamo che questo genere di messe in scena pongano meno nostalgici amarcord e maggiori interrogazioni sul futuro, sul “come” da uno ieri difficile, o da un oggi non meno complicato, si possa raggiungere un buon domani.

VERDETTAZZO

Perché: No
Se fosse... un genere cinematografico sarebbe... un documentario

Locandina dello spettacolo



Titolo: Ciao

Massimo Ghini e Francesco Bonomo
di Walter Veltroni
regia Piero Maccarinelli
scene e costumi Maurizio Balo’
luci Umile Vainieri
produzione Fondazione Teatro della Toscana
in collaborazione con Q Academy
Prima nazionale

Due generazioni si confrontano: quella del padre, che ha partecipato alla rinascita del paese nel secondo dopoguerra, e quella del figlio, che ha partecipato ad una stagione dove molti degli ideali nati nel dopoguerra sono entrati in crisi. È un’occasione per raccontare, perché raccontare è vivere, ma anche per confrontare posizioni, nate dallo stesso DNA, ma non sempre convergenti. Il gioco del teatro consente la realizzazione di questo incontro impossibile, che attraverso ricordi che si incrociano, testimonianze dolorose, autocritiche talvolta ulceranti, talvolta divertenti, porta a un confronto irreale ma profondamente realistico i due personaggi. Piero Maccarinelli

Francesca Cecconi
Da attrice a fotografa di scena per approdare alla mise en espace delle proprie critiche. Under35 precaria con una passione per la regia teatrale. Ha allestito una sua versione di Casa di bambola di Ibsen. Se fosse un’attrice: Tosca D’Aquino per somiglianza, Rossella Falk per l’eleganza, la Littizzetto per "tutto" il resto.