TABELLAZZO
CosaSkianto
ChiFilippo Timi
Quando14/12/2019
DoveVerona (Teatro Camploy)
Per quanto80 minuti
IL RESPONSO
PerchéSì, oppure no
Se fosse...un oggetto di Carnevale
...sarebbecoriandoli colorati

Skianto è il corpo che si strappa presentando la sua essenza, celata o poco evidente ai più. Ed è proprio del corpo e con il corpo che Filippo Timi ha segnato la sua arte: dal punto di vista cinematografico si pensi alla sua iconica virilità, all’uomo con una identità sessuale stabile e ben definita, quel maschio che tutte le donne esaltano e acclamano e per il quale si riversano copiose all’interno del teatro Camploy di Verona, regalando alla nuova stagione un tutto esaurito. Ciò che il normale spettatore non sa, è che il Timi teatrale è diverso, differente dallo stereotipo all man, e che rivela in scena tutta la sua natura queer, andando a interpretare e modellare caratteri en travesti.

Su due binari paralleli, Skianto porta avanti da un lato, la storia di un ragazzo nato con “la scatola cranica sigillata” che non riesce a comunicare con l’esterno e, dall’altro, un profondo amore nei confronti di persone dello stesso sesso, anch’esso troppo difficile da esprimere. Le due vicende si intrecciano e si compenetrano rivelando un’unica visione: l’incomunicabilità del corpo. Più volte si cita Pinocchio, che fa da cornice alla pièce con il leitmotiv «C’era una volta un re… direte, voi…» ma ogni volta al posto del pezzo di legno, vengono considerati altri oggetti, fino alla consacrazione del proprio ego: «C’era una volta un re… direte voi… e invece no… IO… c’ero io», come a voler pre(te)ndere uno spazio all’interno di un mondo che lo esclude. E Pinocchio si lega con Finocchio, che ha le stesse iniziali di Filippo, in un gioco a incastro e rimandi di parole, in cui si assapora una autobiografia amara, fatta di incomprensioni che si intersecano alla storia del bambino con handicap: «io sono come Pinocchio, murato dentro a una corteccia d’osso, ma mio babbo non faceva il falegname». Entrambi urlano la propria sofferenza verso un mondo che non li comprende, senza pietismi ma con spiccata ironia, utilizzando citazioni provenienti ora dalla contemporaneità, ora dagli anni Ottanta: l’insopportabile marcia di Topolino, Edith Piaf, la prima infatuazione per Terence di Candy Candy, Baby one more time di Britney Spears, Lady Gaga e Let it go (celebre canzone del cartone animato Frozen) .

Il tutto è ambientato all’interno di una particolare palestra: oltre a cyclette e cesti da pallacanestro, vi sono due strobosfere su cui la luce si rifrange a regalare il classico effetto da discoteca anni Ottanta. Lo spazio è abitato dal ragazzo, ma anche da un uomo che lentamente cresce ed esterna sempre di più la propria omosessualità. Lo spettacolo è infarcito di citazioni al punto che sembra tutto un grande carnevale di colori e musiche, quasi tutte eseguite dal vivo da Salvatore Langella, altro interprete in scena. Timi inserisce nella sua recitazione il proprio dialetto umbro, non solo con la cadenza, ma anche con parole e vezzeggiativi a sottolineare la concretezza dei suoi personaggi.

Skianto è un lavoro sulla diversità, senza calcare sulle tinte drammatiche (non si vedrà mai l’esteriorità del personaggio, se non in un momento altamente poetico in cui si muove sulle note di Je ne regrette rien), bensì sottolineando eventi quotidiani e comuni, i quali permettono allo spettatore una riflessione su cosa possa celarsi dietro a un corpo che si sente diverso. Timi ci fa sorridere, ma ci avvisa: «Non ridere della bua che è la mia, ma magari domani potrebbe essere la tua».

Print Friendly, PDF & Email

Skianto

Le luci sono di Gigi Saccomandi, i costumi di Fabio Zambernardi, le canzoni di Filippo Timi e Salvatore Langella, l’assistente alla regia è Daniele Menghini.

CONDIVIDI
Francesca Cecconi
Da attrice a fotografa di scena per approdare alla mise en espace delle proprie critiche. Under35 precaria con una passione per la regia teatrale. Ha allestito una sua versione di Casa di bambola di Ibsen. Se fosse un’attrice: Tosca D’Aquino per somiglianza, Rossella Falk per l’eleganza, la Littizzetto per "tutto" il resto.