Io, che sono Arlecchinochiacchiero, gironzolo, vagabondo di qua e di là.
Nel frequentar sale teatrali, càpita persino d’imbattermi in rassegne, kermesse di tutti i generi, anche se, a dirla tutta, non è che quello sia proprio l’ambiente che preferisco.
Può accadere, però, che v’incontri qualcuno che mi va a genio, o con cui mi trovo a scambiare qualche idea sul teatro, sull’andare in scena, sul vedere spettacoli.

È questo il caso di Ilaria Di Luca e Andrea Gambuzza, coppia d’arte e non solo, persone pervicaci al punto da commuovere: pensate voi, coi tempi che corrono, i due fond-attori della compagnia Orto degli Ananassi, non solo si ostinano a proporre spettacoli, tenere laboratori, ma sono temerari a tal punto da aver aperto un piccolo, gagliardo spazio a Livorno, il Teatro della Brigata; qui, da svariate stagioni, programmano corsi e spettacoli, senza abbassare mai il livello qualitativo. A fine 2018, nello spazio di via Brigata Garibaldi (quartiere Ardenza, quello dello stadio e dell’ippodromo), vedemmo A testa sutta, drammaturgia di Luana Rondinelli con protagonista il bravo Giovanni Carta: ne scrivemmo.

Quanto all’attività pratica di Gambuzza e Di Luca, formatisi rispettivamente presso l’École Internationale de Theatre Jacques Lecoq a Parigi e la Scuola del Teatro Stabile di Torino, non si può non ricordare il pregevolissimo Testa di rame, l’ingegnosa riscrittura di Riccardo alla terza, così come La parte migliore di me, di cui vi parlammo all’epoca del debutto; il lavoro più recente, infine, è DISLESƧI-CHE!?, autentico gioiellino scenico presentato con successo alla passata edizione del Lucca Teatro Festival – Cosa sono le nuvole?.
Insomma, questa la coppia cui rivolgiamo il canonico, e richiestissimo, questionazzo.

Perché gli spettacoli iniziano alle nove di sera?
Andrea [ride] – Perché la gente deve avere il tempo di cenare e non può andare a letto troppo tardi.
Ilaria – Perché il tempo dello spettacolo è il tempo della notte. Devi entrare in un’altra dimensione, abbandonare la quotidianità… Lasciare tutto quel che è vile pesantezza, per entrare nell’atmosfera del desiderio.
A [sussurra] – Sticazzi

Cosa non dovrebbe essere ammesso in teatro?
– Le caramelle con le carte rumorose, rispondere al telefono, e l’ottusità.

Che opinione avete del pubblico teatrale?
– C’è da prendersene cura. Non bisogna mollare il contatto e il dialogo. Il pubblico non ha sempre ragione, ma va ascoltato: i suoi commenti sono spesso frutto di uno stereotipo, di un preconcetto. In quanto artista, devi sapere a chi stai parlando con esattezza, e bisognerebbe che gli artisti stessero un passo avanti al pubblico, non accanto né dietro, altrimenti si rischia di confortarlo troppo e di non trasformarlo. Uno spettatore dovrebbe entrare a teatro col desiderio di scoprire qualcosa di diverso, e uscirne cambiato.
– A me piace il principio di sottoscrivere un patto: io cerco di portarti in un viaggio e tu cerchi di abbandonartici; io lo faccio con responsabilità e tu lo fai con disponibilità.

Meglio una platea straripante abbonati o una cantina di pochi appassionati?
– Io amo le cantine di pochi appassionati, quando c’è poca gente sono contentissima e do il meglio di me, mi sento più libera. Se c’è troppa gente entro nel panico, e mi chiedo «Oddio, che cazzo si aspettano?»
– Dipende dal tipo di lavoro che offri e che hai pensato; ovviamente, è sempre meglio che siano appassionati.

È possibile fare teatro senza fare spettacolo?
– È una questione annosa, forse “spettacolo” si lega a quanto si sente insicuro chi lo fa. Mi viene in mente Nanni Moretti in Caos calmo, nella scena in cui il cuoco mette troppo formaggio nella pasta con i broccoli, e lui gli dice che lo fa perché è un insicuro. La tentazione di fare spettacolo purtroppo è un demone dalle cui lusinghe si sfugge a fatica.

Che senso ha per te, la critica teatrale?
– Il senso che potrebbe avere è di guida. Il senso che rischia di avere è talvolta di un esercizio estetico e, talvolta, di potere. Tuttavia, se il patto è un patto virtuoso l’artista può essere utile al critico e viceversa il critico all’artista.

Che razza di spettatori siete? Cosa dovrebbe fare un’opera?
– Io sono una spettatrice molto curiosa, mi piace vedere cose anche molto differenti, anche tipi di linguaggi che non eserciterei in prima persona. Un’opera, come massima aspirazione, dovrebbe farmi fare un viaggio pazzesco: non vado a vedere lavori che so che possono essere tiepidi, mi muovo per cose che non ho ancora visto e che vale la pena vedere.
– Un’opera dovrebbe insegnarmi qualcosa di nuovo, migliorarmi un po’, emozionarmi senza dubbio e, se riesce, spostare il mio punto di vista. Sono uno spettatore speculativo per certi aspetti, molto analitico, ma disponibile a innamorarmi.

Un lavoro a cui avete assistito e che rivedreste anche stasera.
– L’insonne, con Francesco Villano (vedi qui): è semplice, gli attori sono soltanto due e la struttura non è complessa, ma dentro il testo di Agota Kristoff ci sono delle tematiche che mi prendono.
– Mi vien da dire Edipo a Colono, regia di Mario Martone, lo spettacolo che valse a Valerio Binasco il Premio Ubu come miglior attore per l’interpretazione di Polinice, e Le troiane, regia di Serena Sinigaglia.

Il vostro lavoro che vorreste far vedere a tutti e quello che avreste voluto evitare.
Io, lavori che vorrei dimenticare non ne ho; nel senso che, anche se mi rendevo conto che non sempre mi trovavo in un contesto grandioso, c’è sempre stato qualcosa che mi sono portata a casa. Il lavoro che vorrei far vedere a tutti non c’è ancora.
– Il lavoro che vorrei far vedere a tutti è Testa di rame, perché credo che da una cosa molto particolare abbiamo cercato di lavorare tanto sull’universale, motivo per cui sarebbe bello che incontrasse il più vasto pubblico possibile. Non vorrei mai aver fatto La vergine Orsola, un adattamento da un’opera di D’Annunzio che è stata messa in scena a Roma, al Parco Gioia del Trullo… stavo vestito da pretino, e dovevo fare tutta una sorta di Via Crucis, recitavo dei versetti estrapolati da un piccolo opuscolo fornitomi da una suora dodici ore prima, e avevo con me la chierichetta, figlia di macellaio e che quindi mangiava panini con le braciole per merenda… In tutto questo l’orchestra si faceva gli arrosticini dal vivo e se li mangiava… [Quanto pagheremmo per averlo visto, N.d.A.]

E adesso, tre risposte a cui formulare la domanda.

Non è una questione di pura e semplice contrapposizione, quanto, piuttosto, di individuare un’armonia funzionale al contesto dato.
Esiste l’amore vero?

In effetti, la figura di Arlecchino, così densa di sfumature e implicazioni sia teatrali sia antropologiche, esprime alla perfezione la dualità del gesto di guardare ed essere osservati, il rapporto profondo e, talvolta, vischioso, tra lo stare in scena e il gettare lo sguardo a ciò che sta oltre.
Sono quello che sembro o sembro quello che sono?

Grazie per la domanda. Un nome secco? Emma Dante.
Quale regista ti risulta più indigesto nel panorama del teatro italiano?

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