Ci immergiamo nella seconda serata di questa seconda settimana della rassegna Tempi Moderni. I luoghi li abbiamo visitati ormai tutti, e gli spettacoli di cui scriviamo sono gli stessi (senza esserlo mai veramente) della scorsa serata. A interessarci sono gli aspetti peculiari delle singole performance, e in particolare le modalità del confronto tra artisti e pubblico: sotto questo punto di vista, rimangono molte le considerazioni da fare sui due eventi di cui scriviamo.

Evasioni nell’aia Saponati (Matraia)

Incuranti dei nuvoloni che minacciano la nostra messa in piega, ci inerpichiamo per la stradina che ci condurrà all’unica aia della rassegna: l’adorabile cortile della famiglia Saponati, che tra piante di limoni e vasi fioriti regala uno splendido panorama sulla piana lucchese.

Rischiamo di ripeterci, ma anche stavolta il testo di Andrea Cosentino, interpretato da un abilissimo Marco Brinzi e intervallato dalle disinvolte acrobazie di Riccardo de Simone, ci offre una mezz’ora tanto piacevole quanto stimolante. Nota di merito al delizioso vestiario  (a cura di Desirée Costanzo) di entrambi i performer, a partire dall’enorme papillon sfoggiato da Brinzi («Bow ties are cool», diceva un dottore inglese). L’attore, divenuto critico cinematografico, si lancia nella spericolata descrizione di un film d’azione dai risvolti improbabili (ricorda a tratti Atto di forza, con agenti che tentano di recuperare la memoria perduta). A interessarci è la risposta del pubblico, che vediamo pendere dalle sue labbra: alcuni ridono sotto i baffi, altri rispondono incerti alle richieste di conferma da parte dell’interprete, avanzate con aspro accento nordico.

In prima fila, anche questa sera, un piccolo manipolo di bambini molto perbene, che si lascia trasportare dal racconto e strabuzza gli occhi di fronte ai salti del danzatore. Così il critico cinematografico, inforcati gli occhiali e accelerato il ritmo narrativo, pianta lo sguardo negli occhi del pubblico, e una madeleine (di proustiana memoria) ordinata in un bar di Chicago provoca l’epifania che permette di svelare gli ultimi intrighi. Doppio finale possibile – e già questa è una soluzione destabilizzante –, dopo il quale il tono di Brinzi cambia, l’accento nordico sfuma in uno ben più neutro: apostrofando le rondini che gli svolazzano intorno (ancora il cielo sembra promettere pioggia), l’attore conclude la sua narrazione riflettendo brevemente sul ruolo della sua azione scenica, sull’evasione che essa rappresenta, e lascia il posto all’ultima spericolata danza di de Simone. Ci salutano con espressioni allegre, sul concludersi delle forsennate composizioni della Gaudats Junk Band.

Cambiare lavoro in Corte Cristo (Lammari)

Se il dialogo col pubblico e la capacità di sfruttare lo spazio variabile delle corti permette soluzioni felici negli altri spettacoli che abbiamo considerato, sembra invece essere il presupposto necessario per la performance di Caterina Simonelli in Voglio cambiare lavoro. E il pubblico è discretamente numeroso in Corte Cristo, disposto nell’ampio spazio di fronte al palco, ma anche sparso nelle zone laterali. Si esibisce per prima la danzatrice Erica Bravini, che, con movenze ben cadenzate, volto tinto di bianco e abiti attillati, ci ricorda un mimo inciampato nel diciottesimo o diciannovesimo secolo. Dopo di che, Simonelli dà il via al suo lungo dialogo col tecnico Leonardo e, soprattutto, col pubblico; perde qua e là fili di discorso, che recupera però scrupolosamente. Il vero coprotagonista diventa così Flavio, un bambino che dalla platea risponde per le rime all’attrice, e si fa poi stringere nelle maglie della performance, costretto a superare la momentanea timidezza. Addirittura i due agenti tenuti a controllare ordine e sicurezza vengono chiamati in campo («non siamo agenti, siamo della protezione civile», cercano di rispondere). Il delirante dialogo procede a lungo, l’attrice non scherza quando ci dice: «Vi hanno detto che lo spettacolo durava mezz’ora? Beh vi hanno mentito». Svampito personaggio in abiti settecenteschi, Simonelli sembra in preda a un disturbo dell’attenzione: ogni suono diventa un modo per deviare il discorso, che viene recuperato dopo molti vagabondaggi.

Anche il finale, che si vorrebbe forse serio, diventa una farsa tragicomica: ogni volta che l’attrice cerca di riprendere il testo, per chiudere con una breve riflessione sulla professione attoriale in questa epoca storica, una bambina si abbandona a urla, risate e versi bizzarri, con cui indirettamente manovra la conclusione della performance; Simonelli coglie la palla al balzo, sottolineando che il teatro è proprio lo spazio tra il palco e la platea, luogo in cui il dialogo è possibile. Pubblico estasiato. Forse proprio a causa degli ultimi strani momenti, dopo lo scemare degli applausi si percepisce ancora una strana tensione: lo spettacolo non sembra essere concluso. Danzatrice e attrice si inchinano e ringraziano un’ultima volta, e così ci persuadono a lasciare la corte.

Altre Evasioni in Corte Biagetti (Marlia)

Confezione di pasta alla mano, ci dirigiamo verso la seconda replica della serata di Evasioni (e primo assaggio dell’intera rassegna, per chi scrive). La corte in cui ci troviamo, tra il verde e le ville del capannorese, è piccola, semibuia e animata dal leggero chiacchiericcio delle numerose persone già presenti.
Introdotta dalla registrazione del canto di un gallo, sulla piattaforma situata al limitare dell’aia, inizia la sfrenata danza di Riccardo De Simone, mentre noi ci distraiamo nell’osservare il pubblico. Vorremmo impiegare l’attributo teatrale: non solo per aver riconosciuto di qualche volto ascrivibile a luoghi più prettamente scenici, ma per l’assenza di bambini, per l’anomalo silenzio e per l’attenzione che emana da tutte queste persone che, in piedi, sedute a terra a appena fuori dalla porta di casa propria, genuinamente seguono l’intreccio delle due performance. Questa situazione, in cui letteralmente la piazza si fa teatro, non limita l’interazione tra spettatore e attore: non mancano risate e risposte che influenzano l’andamento dell’esibizione (da ricondizionamento neuronale a ricondizionamento anale è un attimo…) ma, come ci dirà alla fine un entusiasta Brinzi, riduce al minimo le distrazioni e il rischio di perdere il filo.
La danza di De Simone, atletica, rapida, al limite dell’euforia, sfrutta ogni centimetro possibile; il ballerino continuamente ammicca, gioca con le aspettative del pubblico, interrompe movimenti dove immaginiamo un flusso continuo e stupisce, inerpicandosi in acrobazie o lasciandosi cadere dalla pedana. Azzeccatissimo contrappeso a questo turbinio di arti è la molle fissità del critico cinematografico di Marco Brinzi, che sì, gesticola e schiaccia un topo con una granata, ma i suoi movimenti sono bruschi, in piedi s’incurva e sulla sedia si rannicchia, le parole, anche nelle frasi più dinamiche, si stirano e si trascinano.
Applausi convinti da tutta la Corte.

 

di Sara Casini Elena Modena

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