Il 28 gennaio, LSDA ha rilanciato la lettera aperta di Ilaria Drago indirizzata al Cirque du Soleil in polemica con le scelte di EXPO2015. Visto il notevole interesse suscitato, abbiamo pensato di approfondire l’argomento con un’intervista a Ilaria. Ecco quindi il punto sulle reazioni provocate dalla lettera e un approfondimento degli argomenti trattati dalla performer fiorentina

Ilaria, cosa ti ha spinto a scrivere?
Dopo avere letto la notizia sui soldi dati per un solo spettacolo nel contesto di Expo e, soprattutto, dopo avere ascoltato diversi artisti discutere e lamentarsi di questa ennesima mancanza di attenzione da parte del nostro Paese, ho sentito di dovere smettere il silenzio. Si parla tanto nel chiuso dei salotti, ci si lamenta fra le mura scure dei teatri, ma poi troppo spesso si accettano meccanismi assurdi, ci si inginocchia senza dire nulla. Perché? Se critichiamo un sistema occorre muoversi: o tentare di arricchirlo del nostro sguardo, oppure uscirne e creare alternative. La lettera al Cirque è un segno; innanzitutto un segno che parla direttamente agli artisti. Facciamoci più responsabili! E proviamo un cambiamento. Se nulla parte da chi dovrebbe avere sensibilità verso gli altri, allora è meglio smettere di lamentarsi. Occorre «fare del pensiero un’azione» per dirla alla Simone Weil. Non servono urla, bombe, violenza, aggressioni. Occorrono forse la semina e la pazienza. Le istituzioni non sembrano interessate a tutto questo e allora forse sta a noi dare la prima vangata!

Stai ottenendo quello che ti aspettavi di ottenere?
Onestamente non credevo che questa lettera avrebbe avuto tanta risonanza. Ho scritto diverse volte spunti per riflettere sulle cose, su di noi, e non hanno mai avuto un tale seguito. La lettera è stata lanciata da “Il Giornale dello Spettacolo” e “Globalist”, poi dal portale italiano di critica letteraria (“Portale Letterario”) ed è deflagrata! Se è successa una cosa del genere, credo sia perché è stato toccato qualcosa che molti sentono. Le visualizzazioni complessive credo siano sulle duecentomila. Diversi giornali online l’hanno rilanciata, ricevo tantissime lettere. Allora, significa che, forse, abbiamo bisogno di confrontarci, di parlare, di dirci le cose. Abbiamo bisogno che le istituzioni sappiano che anche la cultura coltiva vita nel Paese. Che le istituzioni sappiano che il luogo dove loro vivono è ricchissimo. Non hanno fiducia in noi? Non hanno fiducia nelle risorse del Paese che guidano? Io, e forse non solo io, in tutta onestà in loro l’ho un po’ persa. Allora che si fa? Vogliamo aprire un dialogo tutti quanti?

Che tipo di reazioni hai raccolto in generale?
Decine e decine di lettere che mi sono arrivate sono di artisti che ringraziano di avere dato voce al loro disagio, alle loro difficoltà. Le difficoltà di visibilità si trasformano in difficoltà di tirare avanti, ovviamente. Moltissimi mi dicono di essere colpiti dal linguaggio che uso, ne sono toccati: un linguaggio non aggressivo, non violento. Non ho offeso il Cirque. Lo amo e lo rispetto. Ho cercato un contatto umano. Forse, in alcuni punti, la lettera può suonare dura, come il passaggio che chiede di non venire a certe condizioni, ma è chiaro che verranno ed è chiaro che è un segno. Alcune risposte che ho ricevuto, alcuni post che ho letto sono invece molto aggressivi nei miei confronti, mi attaccano personalmente e attaccano il mio lavoro. Mi offendono, mi insultano. Miracoli della rete! C’è addirittura chi ha detto che voglio fare soldi con la lettera, voglio monetizzarla! Se mi spiega come, sono a cavallo! Ma va bene, pazienza. A me non interessa farmi pubblicità, non è l’intento da cui è partita tutta questa storia. Quelle che trovo più sconcertanti e preoccupanti sono invece le risposte in cui le persone dicono che l’Italia non ha nulla da mostrare. Che in Italia non esistono artisti capaci perché se esistessero sarebbero… dove? In tv, per esempio! Purtroppo questo è un sintomo di dove siamo finiti e dove è finita la cultura.
Quello che penso è che Expo avrebbe potuto tenere un mese il Cirque come grande evento e avrebbe potuto, negli altri due mesi, portare anche spettacoli ed eventi di artisti italiani di ogni genere. Immagino una grande festa con tantissime espressioni diverse: dalla danza al circo, dalla poesia al teatro classico e al teatro di ricerca.

Esistono reazioni diverse tra spettatori, addetti ai lavori, politici?
Non saprei, non ci ho fatto tanto caso. Non sono andata a guardare la carta di identità.

Un passaggio della tua lettera ci ha ricordato molte analoghe recriminazioni:
«A dovere passare tantissimo del nostro tempo a tentare di fare quattro o cinque lavori insieme di cui non abbiamo competenza, invece del nostro, quello per cui siamo nati, abbiamo dato la vita, per il quale ogni giorno ancora ci svegliamo nella speranza di poterlo portare al mondo. Di poterlo vivere con dignità».
Puoi approfondire il concetto? Ci pare determinante per capire il tema della subalternità del lavoro creativo nell’epoca contemporanea.
Molte associazioni o compagnie non sovvenzionate (a volte anche quelle sovvenzionate!), pur essendo di alto livello, non hanno i soldi per potersi permettere un ufficio come si deve che sostenga il lavoro artistico; non sono in grado di stipendiare un organizzatore, un amministratore, un grafico, un ufficio stampa, un commercialista. Tutte cose necessarie per promuovere e sostenere un progetto, soprattutto quando non si passa in televisione o da canali privilegiati. Devono fare delle scelte difficili, basate su cosa sia più urgente in quel momento. Occorre perciò dividersi il lavoro fra artisti e tentare di farlo al meglio. Ma è stressante perché si finisce a passare ore e ore dietro a pc, telefono, regole intricate, clausole, conteggi, scontrini e quant’altro. La burocrazia sembra assorbire l’ottanta per cento delle risorse! Invece quelle dovrebbero essere risorse spese per creare, lavorare sulla realizzazione dei progetti artistici. È schizofrenico! A volte le Compagnie non hanno i soldi per pagare nemmeno il costumista, lo scenografo e devono tagliarli. Quasi mai le prove degli attori, dei registi, dei drammaturghi sono pagate. E chi potrebbe permetterselo! Le prove possono durare settimane o qualche mese (se non vogliamo parlare di spettacoli raffazzonati in fretta). Tocca quindi inventarsi altri lavori: dall’insegnamento, se va bene, fino a fare i babysitter, per sostenersi nel lavoro che ci competerebbe! Poi, considerando che i pagamenti a cachet, quando ci sono, non arrivano prima di trenta giorni (raramente a trenta, se va bene sono dai novanta giorni ai due anni!), il risultato è questo: o hai soldi per lavorare, o stai a pezzi e cerchi di rincorrere tutto, o fai altro!

Più di una volta nella tua lettera parli di “gestione mafiosa” nell’organizzazione culturale italiana. Potresti fare un esempio?
Un po’ in generale: quello che intendo per “gestione mafiosa” è una gestione degli spazi, dei festival, delle rassegne, dei circuiti che troppe volte non è chiara, non si basa sulle capacità reali degli artisti o sulla passione per un progetto ricevuto e letto da un direttore artistico. I criteri sembrano altri. Quali? Tante volte la gestione è fra gli amici degli amici. E va anche benissimo che un amico di cui ti fidi ti consigli un progetto, per carità di Dio! Ma ci sono tantissimi spettacoli che non vengono visti perché i progetti vengono cestinati direttamente senza neppure essere letti. Puoi passare mesi senza riuscire a fare leggere un progetto o parlare a un direttore artistico. Alla fine diventa paradossale, si arriva a tentare di trovare qualcuno che ti raccomandi per fare leggere il materiale inviato. Che significa? Che dobbiamo cercare solo raccomandazioni? Non vale il lavoro per ciò che è? Poi ci sono le mode: o appartieni a una moda o non esisti. Le mode da chi sono dettate? Se la moda del momento è un nome, ecco che nessuno rischia, prende quel nome e basta e magari così si tira dietro anche alcuni buoni critici. Io sono una persona semplice per certi versi: ho una mela, la metto sul bancone del mio negozio, tu vieni e la vedi, se ti piace la compri se ha i vermi no! Il problema qui è che neppure ci entrano in negozio a vederla ‘sta benedetta mela! Sarà mai possibile ricreare dei rapporti più chiari, lineari e meno farraginosi? Non lo so.

Ilaria Drago e Marco Guidi, progetto TSR Teatro Sensibile di Riconnessione
Ilaria Drago e Marco Guidi, progetto TSR Teatro Sensibile di Riconnessione

Nella lettera parli anche di etica. Pensi davvero che valore etico e valore artistico siano così strettamente collegati? Pensi che ogni artista debba far coincidere arte ed etica?
Ogni artista è, prima di tutto, una persona. Dipende dalla propria coscienza. Diciamo che c’è un senso etico che può prevedere delle scelte: da che parte voglio stare? In che relazione con la mia comunità? Io non ho la verità in tasca, ma posso tentare qualcosa nella direzione del rispetto e dell’onestà verso l’altro. Ci provo! Se per fare più bello e forte uno spettacolo, prendo dieci persone e le ammazzo veramente, forse il mio senso etico è un tantino destabilizzato! Siamo nelle mani del Mistero perché tutto potrebbe essere utile, ma forse ci possiamo accordare per la migliore ipotesi possibile di rispetto per ognuno? Sono un essere umano e un’artista, per me la ricerca e l’attenzione comprende entrambe.

Chiedi al Cirque di rendersi conto che il loro evento Alla vita esisterà grazie alla possibile morte di tanti artisti italiani. Ma non è quello che succede normalmente nella guerra per la sopravvivenza artistica anche tra italiani?
Lo penso anche io. Questa lettera passa da Expo, ma è la richiesta di svegliarci un po’ tutti! Una volta ho scritto una lettera aperta agli artisti (italiani!) e ho detto che forse uno dei gesti che avremmo potuto fare per ognuno di noi sarebbe stato quello, almeno come punto di partenza, di pagare i biglietti agli spettacoli degli altri! Sappiamo tutti come vanno le cose eppure niente, si cerca sempre di svicolare, di strappare l’omaggio. Pagare il biglietto è riconoscere il valore e il lavoro dell’altro. È un atto di attenzione, di complicità. È un prendersi la mano e dirsi dai!, possiamo farcela e siamo insieme! Quando c’è poco pane sembra ci si debba ammazzare l’uno con l’altro per averne una briciola. Tante volte per fare questo si perde anche la dignità. Ma per cosa lo facciamo? Per stare su un palcoscenico? Per essere visti, per metterci in mostra? Veramente l’Arte è questo? Solo questo? Forse potremmo iniziare a pensare qualcosa di diverso da quello che hanno insegnato, dal protagonismo che diventa quasi oscenità quando calpesta l’altro? Potremmo non essere conniventi di un sistema ferino e cieco? Siamo solo schiavi dell’economia? Potremmo iniziare a pensare che condividere aumenta? Chissà!

Se l’organizzazione dello spettacolo pubblico in Italia dipendesse da te, come lo gestiresti?
Non lo so, dovrei studiare, capire, dovrei mettermi lì ad ascoltare le esigenze, comprendere le necessità. Cercherei di gestirla con più trasparenza possibile. Vorrei non ci fossero separazioni, opportunismi… Gestire qualcosa per una comunità ha bisogno di grande responsabilità ed è un cammino anche per chi lo fa. L’importante è che non diventi una questione di potere.

Salutiamo e ringraziamo Ilaria, dando notizia di un workshop da lei condotto a Firenze. Qui tutte le informazioni utili.

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Giacomo Verde
Autista, facchino e trovaroba. Giacomo Verde sopravvive occupandosi di teatro, video e arti visive dal secolo scorso. Riflettere sperimentando ludicamente sulle mutazioni tecno-antropo-logiche in atto e creare connessioni tra i diversi generi artistici è la sua costante.