ARCHIVIO SPETTACOLI

    Richard II, P. Stein (2017)

    Titolo: Richard II
    Regia: Peter Stein

    di William Shakespeare
    traduzione Alessandro Serpieri
    riduzione e regia PETER STEIN
    con Maddalena Crippa, Alessandro Averone,
    Gianluigi Fogacci, Paolo Graziosi,
    Andrea Nicolini, Graziano Piazza,
    Almerica Schiavo, Giovanni Visentin,
    Marco De Gaudio, Vincenzo Giordano,
    Luca Iervolino, Giovanni Longhin,
    Michele Maccaroni, Domenico Macrì,
    Laurence Mazzoni

    scene Ferdinand Woegerbauer
    costumi Anna Maria Heinreich
    luci Roberto Innocenti
    assistente alla regia Carlo Bellamio

    produzione Teatro Metastasio di Prato

    Richard II occupa un posto particolare nell’opera di Shakespeare, anche fra le sue tragedie dedicate ai Re. Il dramma tratta esclusivamente della deposizione di un re legittimo – un tema politico eminente che facilmente si può trasporre ai nostri tempi: è possibile deporre un sovrano legittimo? Il nuovo re non è un usurpatore? Una tale deposizione non è simile all’assassinio di ogni ordine tradizionale?
    Durante il suo regno Richard II ha messo contro di sé tutte le forze sociali: egli ha sfruttato il proprio potere in tutte le direzioni immaginabili, ha sconfinato le proprie competenze e si è preso ogni libertà, anche sessuale. È un giocatore, un attore, ma pur sempre un re che, anche dopo la sua deposizione, rimane un re; mentre il suo rivale – che prende il suo posto sul trono come usurpatore – genera esattamente lo stesso meccanismo di ostilità contro il suo potere, poiché tale potere si basa sul puro arbitrio.
    Richard, che nella sua esaltazione va oltre il proprio tempo, poiché la monarchia assoluta si sarebbe sviluppata molto più tardi, può essere interpretato utilmente da una donna che recita la parte maschile. In questo modo diventa ancora più chiaro il carattere inconsueto di questo re e gli aspetti fondamentali della discussione politica risultano più evidenti. Anche la profonda malinconia dell’ultimo monologo di Richard, quando è in carcere, dove parla dell’inutilità e della mancanza di senso dell’esistenza umana, ci può toccare in modo più commovente.
    Peter Stein

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