Nel Silenzio della Notte si ricordano le Voci di Famiglia di Marconcini

Sguardazzo/recensione di "Memory Plays"

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Cosa: Memory Plays
Chi: Dario Marconcini, Giovanna Daddi, Emanuele Carucci Viterbi
Dove: Pontedera (PI), Teatro Era
Quando: 23/10/2015
Per quanto: 120 minuti

A teatro si va in coppia perchè è come con una bottiglia di vino da 75 cl: in due la si gusta meglio. Si assapora senza eccedere, si giudica con un disteso confronto.
Il raffronto dopo (e mentre) Memory Plays, oscilla tra la profusione di parole e l’imbarazzo del silenzio. Ci si interroga sul testo, sui significati che esso cela; si tace, invece, quando vogliamo capire i legami relazionali (questo è il lascito del nostro teatro di prosa a discapito dell’alienante e “assurdo” teatro straniero) tra personaggi. Dario Marconcini dispone un lavoro su tre drammi pinteriani a sé stanti, filo conduttore il ricordo, la memoria vacillante, onnipresente in ognuno di noi.

rigoni-stern-ricordi-vino-Assistendo al trittico per intero, si nota un vero e proprio percorso, un’escalation che principia con tre personaggi di cui non s’intuisce precisamente il legame, passa all’amore di coppia di due persone adulte (ci sovviene un’eco da Le pagine della nostra vita di Nicholas Sparks) per giungere alla famiglia, con le sue incomprensioni, i suoi “non detto”, le sue seccature.
Con il vino avviene il contrario: con l’entusiasmo iniziale, si percepisce il profumo, gli aromi, se ne rimane inebriati per un poco; successivamente, lo si accosta al palato, magari accompagnandolo al cibo, per poi abbandonarlo per l’ammazzacaffè. Ciò che rimane, in entrambi i casi, è il ricordo.

SilenzioSilencio no hay banda” ci ricorda David Lynch, mentre il suggestivo incipit di Silence  (già recensito su questi schermi qui) si distende sulle note di Autumn di Paolo Nutini; emergono i profili dei protagonisti, seduti su uno sgabello, una poltrona e una sedia in proscenio, alle cui spalle si apre un bosco di alberi spogli, di cui non si vede fine. Le sedute rispecchiano le caratteristiche dei personaggi: lei (Giovanna Daddi) irrequieta e in continuo movimento, ora con un cenno, ora accavallando le gambe; lui (Emanuele Carucci Viterbi), scattoso e austero, la passione per i cavalli rimarcata dagli alti stivali marroni; l’altro (Marconcini), realistico e turbato dal rimembrare.

Un’istantanea di ricordi è Notte: un uomo cinge le spalle di una donna seduta a un tavolino. In questo lungo abbraccio (dieci minuti), i dolci ricordi di lui vengono a galla per sfociare nel mare dell’oblio della donna. Dolce e romantico l’uno, fredda e indifferente l’altra, meticolosa la resa dei due attori, ancora Marconcini e Daddi.

foto di Paolo Foti per Voci di FamigliaIl ciclo giunge al termine con le voci, quelle di una madre, un figlio e un padre defunto; insomma, le Voci di (una) Famiglia (recensito a primavera) che si confrontano tramite lettere, in un rapporto rattrappito e ricco di incomprensioni. Carucci Viterbi catalizza l’attenzione su di sé, sul proprio eclettico personaggio che, descrivendo in modo certosino le proprie “esperienze”, dà allo spettatore la sensazione di riviverle con lui. Tramite un semplice velo trasparente, con l’ausilio di luci sapientemente ricercate, sono delimitate due zone fisicamente vicine, ma scenicamente remote. Viterbi, in proscenio, si muove intorno a un vecchio sofà, Daddi, retrostante, è seduta di fronte a un vecchio tavolino da fumo. Dall’unica porta, in fondo a destra, comparirà il compianto padre con i suoi più grandi rimorsi.
La conclusione è come l’incipit: musicale. Stavolta è il Lamento di Didone dal Dido and Aeneas di Henry Purcell ad accompagnare gli attori in uno scroscio di applausi e apprezzamenti.

VERDETTAZZO

Perché:
Se fosse... un vino sarebbe... un Quater bianco

Locandina dello spettacolo



Titolo: Memory Plays

Trilogia Pinteriana
Di Harold Pinter
Regia Dario Marconcini
Con Giovanna Daddi, Emanuele Carucci Viterbi e Dario Marconcini
Scene e luci Riccardo Gargiulo e Valeria Foti
Produzione Associazione Teatro
Dario Marconcini si pone un’altra sfida nel terreno della conoscenza e si confronta con le inquietudini dell’essere umano dando corpo e voce ai drammi pinteriani, recuperando i più piccoli elementi drammaturgici. SILENZIO Genet è solo rimandato a tempi migliori. La scelta di Pinter non è certo un ripiego. Silence si può considerare una rarità visto che è inedito e mai rappresentato in Italia. È un testo breve che però, a detta dell’autore, è stato il lavoro per il quale ha impiegato più tempo per la scrittura a causa della “sua struttura piuttosto difficile”. È un testo che ha a che fare con la memoria e con il passato o meglio con l’ossessione della memoria che genera oscillazioni di pensiero per i tre personaggi del dramma. L’appuntamento con Pinter è poi necessario e inevitabile per chi si vuole confrontare con quegli autori che hanno segnato e innovato con il loro linguaggio e il loro mondo la scena del secolo scorso. È questa un’altra sfida legata alla nostra voglia di conoscenza. Dario Marconcini NOTTE (1969) Questo testo è un esempio classico di memory play, quasi mai rappresentato. Qui due persone, a un tavolo davanti a un pasto consumato così come è la loro vita, tentano di ricostruire e di riportare alla luce il loro primo incontro. La memoria di quel breve momento fra silenzi e pause faticosamente si ricompone e ci restituisce con pudore e ironia il legame forte fra un uomo e una donna fatto anche di amore. Qui la visione del passato non è un abisso da nascondere e questo è abbastanza insolito per Pinter che solitamente è un analista spietato dei rapporti di famiglia e testimone impietoso della loro dissoluzione. È un testo breve, quasi un intermezzo, e come tale sarà tra Silenzio e Voci di famiglia. Dario Marconcini VOCI DI FAMIGLIA Ed ora sta a noi, che dobbiamo dar voce e corpo a questo dramma, restituire o rispondere con le nostre inquietudini a tali domande e cercare di nuovo a pensare all’uomo come esperienza, al teatro come strumento per vedere e all’attore come esploratore del mistero. Con Voci di famiglia continua il nostro viaggio nel mondo di Pinter. Dai territori della memoria che si va a perdere dove si alternavano squarci di buio e momenti di tenerezza (Silenzio), si passa a un rapporto familiare tra un figlio e una madre, lontani, in abitazioni diverse, dove il ricordo del padre morto e immanente scatena nostalgia e rancori e dove l’andar via dalla famiglia vuol dire essere in balia di una umanità che nel rapporto di conoscenza nasconde tentativi di sopraffazione e corruzione e dove la solitudine è la compagna che alimenta improvvisi slanci di odio e di amore insieme a momenti di abbandono. Dario Marconcini

Francesca Cecconi
Da attrice a fotografa di scena per approdare alla mise en espace delle proprie critiche. Under35 precaria con una passione per la regia teatrale. Ha allestito una sua versione di Casa di bambola di Ibsen. Se fosse un’attrice: Tosca D’Aquino per somiglianza, Rossella Falk per l’eleganza, la Littizzetto per "tutto" il resto.