Un tavolo, una lampada. Inforca gli occhiali, e gli occhi gufeschi, già grandi per conto loro, appaiono ampliati dalla rifrazione. Sorride e, come in altre circostanze, si rivolge al pubblico senza filtri, finzioni: siamo a teatro insinua il suo brechtiano understatement, nell’ostinato rifiuto a considerar l’artista speciale rispetto allo spettatore.
Nessun albatros baudelairiano: uno di noi, né più né meno.
Parla a noi, come noi, Giacomo Verde, illustrando l’idea sorgente del lavoro: da anni trascrive su un’agendina, con parole e disegni colorati, i ricordi, suoi e di amici, legati a malattie, convalescenze, infortuni, quelle particolari sospensioni del tempo costituite dall’esser malati. Non allude (ancora) alla propria condizione, bensì a quella malattia “bambina”, fatta di febbroni, gambe ingessate, punti qua e là. Questa l’idea, e una mela, sezionata lungo l’asse orizzontale: il taglio “inedito” sembra far sparire il torsolo, creando un disegno che richiama un fiore, potenziando la simbologia vitale già propria del frutto.
Sfoglia pagine che una camera riprende e un proiettore riporta su uno schermo, alla sinistra. Storie, date, nomi, giorni, nel seguire docenze, lavori, prospettive sfumate, ristrettezze economiche. A dispetto del curriculum, Verde vive impelagato nell’incertezza, i rossi in banca neanche troppo sfiorati. Precario e sorridente. Come sorride la platea, alle picaresche vicissitudini d’un artista che mai ha voluto “sistemarsi”, smarcandosi non tanto dal benessere, quanto dalla tossicità del successo, rifiutandone l’atteggiamento muscolare, violento, per cui o si è qualcuno o si muore (cioè: si vivacchia, che è morire per la società dello spettacolo). Eppure, quanto impera la dittatura del successo, anche e proprio negli ambiti sedicenti giusti, ma che comunque mirano al nome: così va il mondo, e remar contro, è troppo complicato.
Sorridiamo pure noi, tra segni e parole, col dubbio che l’umorismo prevalga forse troppo su una narrazione che potrebbe (e dovrebbe) trasmettere anche inquietudine. Giacomo è questo: mai calca la mano sul serio(so), e le vicende da ingentilito Factotum bukowskiano sembrano un gioco, quando, invece, sono anche vita.
Ecco la malattia, una neoplasia prostatica, presente e viva. Senza la minima drammatizzazione, pure nell’annunciare il pellegrinaggio laico una volta terminata con successo la terapia intrapresa.
Da qui, uno spettacolo ingegnoso, ma non troppo sorprendente, s’approssima al capolavoro.
Musica mediorientale, basso e batteria ritmati.
Verde si alza. Guadagna il centro.
Occhi serrati, braccia in alto.
Accenna una danza, impercettibile, poi decisa, benché di gesti minimi, ideografici.
Il fascio di luce sgombra del proiettore lo investe: la silhouette si stampa nel bianco del quadro e pensiamo a In girum di Roberto Castello, peraltro supervisore di questo lavoro. La figura non è (più) Giacomo Verde, teknoartista che conosciamo, raccontato nei saggi, fondatore della presente elettrorivista. È maschera, forma ulteriore, superiore e inferiore rispetto all’umano, un’entità che ci descrive, superandoci.
La sequenza è interminabile (circa 8’), eppure mai vorremmo che finisse: l’onda emotiva è impressionante. E non perché siamo tutti amici suoi, anzi: questo non è lui né su di lui. Da lui promana, per giungere, autentico miracolo, alla dimensione gorgonica della maschera, quel tutti e nessuno che solo il principio primo (e ultimo) del vero teatro, può lambire.
In questo sapiente, quanto naturale, impasto di vita (abbiamo pensato a certi lavori di Deflorian-Tagliarini, non sempre amati), troviamo la scintilla d’un allestimento memorabile, e se il mercato non lo recepirà, cazzi suoi. E vostri. Noi c’eravamo.



Tonalità neutre, una scenografia a pannelli scorrevoli che rende rapidi e puliti i cambi di scena, pochi elementi significativi e funzionali alla narrazione e, infine, una componente musicale mai invadente, votata al riempimento dei vuoti e alla drammatizzazione di brevi scambi di battute, fanno da cornice all’andirivieni di questi eroi ed eroine imperfetti, inquieti e volubili, vera e propria ossatura portante cui si affida l’intera messinscena.

Cristina Mazzavillani Muti firma la regia di questo pregevole lavoro che ha debuttato a Ravenna nell’autunno scorso. L’allestimento parte, idealmente, dal nero, tanto che per buona parte del primo atto si fa fatica a percepire la struttura del cupo apparato scenico. Dal buio emergono talvolta solo volti e pochi oggetti, grazie ai costumi molto scuri di Alessandro Lai: in questo modo, la regista può facilmente direzionare l’attenzione dello spettatore.


ltre a cenni con orecchie e coda, senza tralasciare la simulazione del respiro e del nitrito. Di altra fattezza, invece, l’asinello o ciuchino, indossato da Serra Yilmaz nel comico ruolo di Sancho Panza, la quale inserendo gambe e corpo all’interno di una specie di ciambella dall’aspetto del quadrupede, si sposta ciondolando da un lato all’altro del palcoscenico. Alcuni elementi tratti dal teatro di figura si rivedono nella scena in cui Don Chisciotte viene calato nel pozzo dove, attraverso forme in cartoon di donne e sagome strane, mosse da attori nerovestiti, si entra in uno spazio onirico e fatato; o ancora nella battaglia con il cavaliere oscuro (che ricorda alcune statue dal soggetto equino di Igor Mitoraj), dove questi è suddiviso in varie parti, agite da performer ancora in nero, che si separano e si uniscono ogni qualvolta ricevono un fendente, in una vera e propria danza bellica.
Battute giocate sul riso, grazie allo stretto rapporto tra Boni e Yilmaz, accresciuto da una mimica fortemente espressiva di lei, in contrasto con la corpulenta voce impostata di lui; o ancora la serietà nella visione fantastica del Don in antitesi con la cruda realtà dello scudiero. Un’enorme pala di un mulino a vento fuoriesce da una quinta facendo urlare il nostro cavaliere contro ipotetici giganti da sconfiggere, riconsegnando allo spettatore una nuova immagine, fortemente espressiva, della celebre scena letteraria. La poesia di Cervantes non manca, come del resto il gioco immaginifico che attraverso le parole di Don Chisciotte diventa reale, facendolo da un lato passar per pazzo, mentre dall’altro rendendolo autentico nella sua follia. Don Chisciotte è un uomo con la paura di morire e che prima di concedersi a un sonno eterno, vive i suoi ultimi istanti nel miglior modo possibile: come un vero eroe cavalleresco.
Su un palco dominato dalla penombra, in un’atmosfera dark e resa rarefatta da una generosa macchina del fumo, si muove il coro dei pennuti impersonati da quattro attrici corvine, streghe di Macbeth agili e sinuose dal sapore sexy/punk. Lanciano acuti gorgheggi mentre si arrampicano su un trespolo, unico elemento di scena, simbolo di quel regno animale, destinato alla conquista di Spietaldo – un (fin troppo) istrionico Claudio Orlandini. L’impatto visivo funziona, l’atmosfera è tetra, la favola nera procede al ritmo ipnotico della musica techno, con potenti apparizioni delle belle maschere di Eleonora Rossi: teste grottesche indossate a turno dalle attrici, esseri spettrali, quasi alieni, animati dall’interno, volti che trovano corpo in un ginocchio o sopra una mano senza più arti.
Lo spettacolo, però, non decolla: appare prolisso, “costruito”, e la drammaturgia finisce per incrinare l’impianto visivo anziché sostenerlo. Il ritmo si appesantisce, l’azione si arresta, la scena si riempie di parole che finiscono per soffocare il dinamismo, rendendo l’insieme eccessivamente verboso. Movimenti e coreografie si riducono sempre più a un andirivieni stanco e senza sorprese tra trespolo e proscenio.

Sipario aperto: a destra, un acquario. Ancor prima d’iniziare, qualcuno entra a smuoverne i finti pesci rossi. Ecco Claudio Cirri, da solo, di fronte a un’asta con microfono: rivolgendosi al pubblico, gioca pirandellianamente sul non essere chi dichiara d’essere, ossia David Foster Wallace, scrittore statunitense, penna tra le più influenti dei decenni a cavallo del 2000 e oltre. La quarta parete cede con le domande al pubblico, invero collaborativo, e divertito dalla peculiare situazione. Non è ancora nulla: il provocatorio discorso sull’ormai ridottissima soglia d’attenzione a mo’, appunto, di pesci rossi (una bufala, come si chiarirà) subisce un’inopinata serie d’interruzioni, manomissioni maliziose da parte di Sara Bonaventura, Lorenza Guerrini, Daniele Pennati e Giulio Santolini, innescando pure un’arguta parodia scenica dell’intertestualità propria della rete (con altri presupposti, ricorda
Il colpo, acquatico e finale, che chiude tutto, l’ingegnoso ritorno in macchina dei performer sulle note sempre più inabissate e liquide di 

In scena, un grande letto composto (lo vedremo) da praticabili: in sottofondo, sinuose sonorità punteggiate da gemiti accennati. S’intravede una coppia, ai lati del talamo, mentre, sulla destra, due tizi intavolano un dialogo simil-motivazionale, parodia della
Ridono, intorno a noi, e nulla ci sarebbe per farlo (ci riferiamo allo sguardo-sul-mondo, non alla comicità), col ritmo serratissimo, ben sorretto dall’efficace recitazione di un dettato d’arguta composizione semantica, a fondere società e privato, sguardo di feroce disincanto sul piano che ci vede più fragili. Tutti. Eppure, sembra che manchi 

Legge e spagina via, alle sue spalle proiezioni d’immagini statiche, in reazione/contrasto col dettato. Non si muove né impiega in alcun modo lo spazio: in tal senso, come accade anche per i colleghi 
Hannah Arendt
Il problema è che per trattare efficacemente del male, lo si deve amare, penetrare, cogliendone il perverso fascino intrinseco
Della pellicola restano i gusci semivuoti delle parole, e la sequenza degli episodi, con scelte di cast sorprendenti quanto felici: sotto la bruna zazzera scarmigliata del protagonista,
Spettacolo
Molti i fili tirati dalla visione d’un ordito tanto complesso, che in 80’ ha il pregio di ipnotizzare la sala: se l’





Ma, peccato, si cala di qualche tacca quando lo spettacolo si vuol fare reportage di linguistica applicata, di antropologia culturale: talvolta, infatti, l’azione s’arresta e a una nuova diapositiva segue un breve video sottotitolato in italiano, in cui un parlante nativo spiega il senso della parola in questione, condividendo (attraverso un inglese veicolare, koiné imprescindibile d’oggi) piccoli spaccati di cultura locale, narrazioni, confidenze che rendono possibile comprendere ciò che quella lingua ha isolato e reso perspicuo con una sola parola. È chiaro allora che le parole intraducibili sono comprensibilissime, solo che ci sia un mutuo intento di spiegarsi e di voler capire: fatto non banale, ma forse premessa già condivisa, così che lo spettacolo rischia di aggiungere poco, se non qualche “



