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È sull’amore che, solitamente, casca l’attor giovane (un tempo detto, addirittura, amoroso), costretto a cacciarsi in bocca parole traboccanti di miele che mai, nella vita reale, rivolgerebbe a chicchessia. Quando poi si tratta di Shakespeare, le cose vanno di male in peggio: i monologhi sono sin troppo celebri, masticati e lirici per facilitare quella naturalezza tanto agognata dal teatro contemporaneo. Come fare, dunque, a pronunciare in modo credibile e non ridicolo quei Romeo, Romeo perché sei tu Romeo? e quel Se tu mi ami non mi importa che essi mi scoprano. Meglio perdere la vita per mezzo del loro odio, che sopravvivere senza poter godere del tuo amore.
Fortunatamente ci ha pensato Roberto Latini, pluripremiato attore e regista classe 1970, con un Giulietta e Romeo coraggioso nello scegliere di rappresentare solo ed esclusivamente le cinque scene in cui i due innamorati sono insieme, tenendosi piuttosto lontano da qualsiasi ipotesi di balconcino.
Su un palco dominato da una luce al neon con la scritta Rose, l’immancabile microfono con asta, una videocamera in presa diretta e uno schermo, Latini, con Federica Carra sua compagna d’arte e vita, crea un concerto scenico sui generis, dove l’ascesa e la caduta dell’amore più famoso al mondo viene alternata al racconto dell’incontro tra i due artisti stessi, in un andirivieni continuo tra biografia e rappresentazione. Un breve scambio di battute fuori dal teatro, una gita al mare, il pesce fritto sulla spiaggia, il linguaggio amoroso che batte sul ricordo delle pietanze mangiate insieme. Per interpretare Giulietta e Romeo, i due si travestono in modo vistoso e bizzarro, come a dichiarare la finzione, palese, sfacciata, terribilmente anacronistica.
La voce di lui – in maglietta con bicipite in vista, poi vestito comicamente da Elvis – risuona potente con echi à la Bene, si appropria delle battute di Giulietta riuscendo a infondere loro, finalmente, una corposità calda, rotonda, profonda, straniante, eppure credibile. Gli si contrappone lei, con delicata ironia, parrucca nera vistosa, il corpo minuto, il volto magnetico nelle riprese dal vivo. Sullo sfondo, compaiono i video realizzati dal Collettivo svizzero Treppenwitz: un montaggio di variazioni sul tema, composto da volti che parlano di amore – corrisposto, finito, poligamo – e di relazioni.
Ci volevano due attori di esperienza (e fuori età scenica) come Latini e Carra per far vibrare Shakespeare. Anche se, al di là del valore estetico e sonoro della performance, sfugge il senso complessivo dell’operazione. Si ha come l’impressione di entrare in un museo delle cere, un’attrazione ben confezionata per turisti, che ha tutti gli ingredienti per affascinare, ma che resta in superficie, come se volesse dare un affondo sulle relazioni senza riuscirci del tutto. La battaglia quotidiana sta lì, – afferma Latini in un’intervista – nel far vivere la relazione, tra noi e nostra moglie, e i nostri compagni, e noi stessi. La domanda è: usciremmo con noi stessi? E se poi non ci troviamo?
La passione acerba di due antichi adolescenti viene usata a pretesto per riflettere sullo sforzo d’amore, sul riflesso del proprio io nella coppia, ma il meccanismo sembra girare a vuoto, con riflessioni poco incisive.
Raccontateci la verità, vi prego, sull’amore, o forse no.
Stupiteci. provocateci.
Diteci qualcosa che non sappiamo.



