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Marina Romondia, Ritratto di donna che gioca, monologo

Sguardazzo/recensione di "Rien ne va plus"

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Cosa: Rien ne va plus
Chi: Marina Romondia, Nicoletta Robello, Arturo Annecchino
Dove: Pisa, Teatro Lux
Quando: 13/05/2016
Per quanto: 50 minuti

Se la cosiddetta ludopatia è diventata negli ultimi tempi materia teatrabile, cioè degna di essere rappresentata (LSDA ha di recente pubblicato uno sguardazzo su Slot machine di Teatro delle Albe, ma altri esempi potrebbero essere menzionati), un motivo dev’esserci. Probabilmente, tra le numerose dipendenze con deriva patologica da cui uomini e donne contemporanei devono guardarsi, essa addensa un crogiuolo di motivi: la crisi economica e sociale a far da sfondo, l’affascinante volontà autodistruttiva e dissipatrice che piega le resistenze di chi ne è afflitto, la facilità con cui può essere rigettata e condannata da coloro che non ne sono sfiorati.

Martina, la protagonista del racconto scenico di Marina Romondia, scommette su ogni cosa fin dall’infanzia. La vicenda, narrata in prima persona ma con scarti impersonali interessanti, si ferma in tre stazioni, tre tappe della sua vita: a 17, 21 e 24 anni. Tre momenti di un inabissarsi di cui lo spettatore intuisce subito l’inesorabilità. Manda in fumo la carriera universitaria, trafuga e dilapida la pensione della nonna con cui vive (interpretata dalla stessa Romondia, con credibile ma stereotipica voce deturpata), schiava delle videolottery, è costretta ad arrangiarsi con lavoretti senza sbocco, fino a un’ultima, esiziale puntata (le transizioni sceniche sono marcate dalle inconfondibili sfumature pianistiche di Arturo Annecchino, impregnate di mezze luci, come a voler infondere un senso ulteriore di fatalità, un presagio di morte).

romondiaChe cosa la spinge, che cosa desidera? Il brivido, si dice, il ripetersi di un’attesa palpitante (enumerando le categorie del gioco, Caillois descriveva l’alea come il sublime piacere di abbandonarsi alla sorte). Ma oltre e più ancora dell’emozione c’è nella propensione al gioco un desiderio di controllo, che possa alleviare il caos dell’esistenza, confinare le irregolarità e assurdità del quotidiano nella semplicità perfettamente “regolata” e statistica dell’azzardo.

Avendo messo a frutto un’occasionale esperienza professionale come moderatrice di chat nelle sale  bingo on-line, e avendo maneggiato con cura la migliore letteratura sul tema (la sequenza del casinò ha in effetti il ritmo e la sostanza di certe pagine del Giocatore dostojevskiano), Marina Romondia possiede due qualità indiscutibili: prima, una grande sensibilità nella costruzione del personaggio, che è inusuale, nel senso che il profilo tipico del giocatore d’azzardo non corrisponde a quello di una giovane donna, eppure plausibile; e si può immaginare che la direzione registica di Nicoletta Robello abbia contribuito a sagomare una nitida espressione corporea, irrequieta, fatta di stenografiche segnalazioni, più chiara delle parole (viziate da qualche eccesso didascalico).
romondia foto alice casarosa nonnaSeconda, il suo Rien ne va plus è del tutto privo del disgustoso moralismo che l’argomento porta spesso (ovvero quasi sempre) con sé.
Una terza qualità potrebbe essere qui ricordata, la brevità (lo spettacolo non dura più di 50 minuti): ma il sospetto è che questa sia conseguenza di una crescita incompleta più che di un accurato, e sempre necessario, lavoro di asciugatura.

Platea purtroppo semivuota, come la scena (intelligentemente illuminata).

 

VERDETTAZZO

Perché:
Se fosse... un colore sarebbe... rosso, oppure nero

Locandina dello spettacolo



Titolo: Rien ne va plus

di e con Marina Romondia
ispirato a un racconto di Alberto Di Lupo
regia Nicoletta Robello Bracciforti
drammaturgia della scena Nicoletta Robello Bracciforti, Marina Romondia
disegno luci Maurizio Coroni
musiche originali Arturo Annecchino
sonorizzazioni audio Raffaele Natale
realizzazione scene Luigi Di Giorno
foto Alice Casarosa
produzione Fondazione Sipario Toscana Onlus – La Città del Teatro Centro di Produzione Teatrale


di e con Marina Romondia ispirato a un racconto di Alberto Di Lupo regia Nicoletta Robello Bracciforti drammaturgia della scena Nicoletta Robello Bracciforti, Marina Romondia disegno luci Maurizio Coroni musiche originali Arturo Annecchino sonorizzazioni audio Raffaele Natale realizzazione scene Luigi Di Giorno foto Alice Casarosa La storia di Martina, una ragazza come tutte le altre, ma con una particolarità: è una giocatrice. Il gioco, quello d’azzardo l’accompagna in tutte le tappe della sua vita.  Il gioco, sì, lui solo, la fa sentire viva, lui solo può rendere tangibile l’illimitatezza del possibile. E Il possibile è lo spazio stesso della libertà e per Martina l’atto del gioco è l’affermazione suprema e derisoria della propria libertà. Una libertà è assurda, vuota, un’illusione mortale. La roulette, la regina di tutti i giochi, crea e distrugge fortune effimere suggerendo con il suo movimento circolare l’instabilità e la fragilità dell’esistenza umana.  Che cos’è il gioco d’azzardo? Chi è il giocatore? Sacro o diabolico all’origine del fascino del gioco vi è certamente qualcosa che rasenta il soprannaturale…

Carlo Titomanlio
È una persona serissima.