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Ridicolo a chi?

Sguardazzo/recensione di "Il sogno di un uomo ridicolo"

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Cosa: Il sogno di un uomo ridicolo
Chi: Gabriele Lavia
Dove: Pontedera (PI), Teatro Era
Quando: 06/12/2015
Per quanto: 75 minuti

Sono sicuramente in molti ad associare la letteratura russa, e Dostojevskij come indiscutibile eponimo, alla sfera semantica della pesantezza (pizza, palla, mattone, malloppo, e varianti regionali). Ciò per la lunghezza dei suoi romanzi, la prolissità di certe scene (peraltro dovuta all’originaria natura di feuilleton), la difficoltà nel memorizzare nomi, cognomi e patronimici confondenti. Ma c’è una produzione dostojevskiana che può e deve sfuggire agli epiteti infamanti di cui sopra: mi riferisco ai racconti brevi, un’antologia straordinaria e consigliabile, in cui sono presenti, e condensate, tutte le sfumature psicologiche della scrittura più ampia, con i benefici non trascurabili della brevità e del ridotto numero di personaggi. Anche per questo motivo il teatro degli ultimi decenni è tornato frequentemente sui più celebri racconti dell’autore moscovita, insistendo spesso e volentieri (talora con ostentazione esegetica) sulla profondità e sull’estensione emotiva dei suoi eroi (o antieroi).

Nella stessa sera, il Teatro ERA abbina due produzioni, con logica e temerarietà: Memorie dal sottosuolo, riletto da Roberto Bacci con la muscolare prova d’attore di Cacà Carvalho (già recensito su queste colonne in occasione delle recite di febbraio) e Il sogno di un uomo ridicolo, che ha in Gabriele Lavia il suo interprete unico.

Lavia-sul-set-537x350In abito scuro, l’artista raggiunge la sedia che è nel centro esatto dello spazio scenico, una striscia di palco incorniciata di nero. Da seduto, con gestualità essenziale, reciterà per circa 70 minuti le parole del suo uomo ridicolo, colui che, non avendo trovato il coraggio di uccidersi, e anzi addormentatosi dinanzi alla pistola carica, sogna un eden incorrotto, una felicità primitiva di uomini e donne ignari del peccato e della crudeltà.

Poiché persuaso che non vi sia alcuna possibilità di dire qualcosa di nuovo e di utile sopra un testo che deve essere letto e non riferito, mi fermerò soltanto su tre scelte interessanti della messinscena vista a Pontedera.

Prima, quella di anteporre alla recita un preambolo didascalico, in cui Lavia rivela il suo decennale rapporto col racconto in questione, più volte e variamente inscenato. Dopodiché divulga una breve contestualizzazione filosofica del Nichilismo che starebbe a monte dell’opera.
Seconda, la scelta di recitare con microfono, che se da una parte amplifica la potenza dell’emissione, dall’altra slabbra il suono della voce quando questa si alza, corrompendo quindi proprio i momenti di massimo effetto retorico.
Terza, la scelta della dinamica interpretativa di Lavia, la cui recitazione, tecnicamente ineccepibile, assegna una precisa connotazione al personaggio: certe ripetizioni di parole, o riecheggiamenti, certe pause, certe cadute o risalite di tono e certi intorbidamenti vocali non fanno parte del testo e sono, quindi, da considerarsi a tutti gli effetti un’analisi psico-patologica del personaggio, cui si infondono criticamente, specie nella prima parte, tratti di stolidità o squilibrio.

Settantacinque minuti di spettacolo, ben ricompensati dal pubblico del Teatro ERA, domenica 6 dicembre 2015.

 

VERDETTAZZO

Perché: Sì, oppure no
Se fosse... un cavallo sarebbe... un purosangue alla centesima Listed Race

Locandina dello spettacolo



Titolo: Il sogno di un uomo ridicolo

di Fëdor Dostoevskij con Gabriele Lavia, Massimiliano Aceti allestimento curato dal Laboratorio di Costumi e Scene del Teatro della Pergola regia Gabriele Lavia Gabriele Lavia mette in scena il suo vero e proprio cavallo di battaglia con Il sogno di un uomo ridicolo di Dostoevskij e offre una riflessione profonda e appassionata sulla condizione dell’essere umano. Lo spettacolo è stato ripreso “per festeggiare la nascita del Teatro della Toscana, riconosciuto Teatro Nazionale”. Il sogno di un uomo ridicolo è un uomo che soffre, condannato a vivere recluso in manicomio, che denuncia i vizi e l’ipocrisia dell’intera società. Dostoevskij concepisce Il sogno di un uomo ridicolo come un racconto fantastico, scritto intorno al 1876 e inizialmente inserito nel Diario di uno scrittore. Si tratta della storia di un uomo, abbandonato da tutti, che ripercorre in un viaggio onirico la sua vita e le ragioni per cui si è sempre sentito estraneo alla società. Gabriele Lavia in più momenti della sua carriera si è confrontato con questo testo: “La prima volta lo lessi a degli amici a 18 anni e ancora non ero un attore”, ricorda, “oggi è passata una vita e Il sogno è quasi un’ossessione. Ho scelto di rimetterlo in scena per festeggiare la nascita del Teatro della Toscana, riconosciuto Teatro Nazionale, e per riaffermare con forza come l’indifferenza, la corruzione e la degenerazione non possano essere le condizioni di vita della nostra società.” Giunto all’età di 46 anni, il protagonista de Il sogno di un uomo ridicolo decide di metter in pratica l’idea, a lungo corteggiata, del suicidio. Però, si addormenta davanti alla pistola carica. Inizia così un sogno straordinario che lo porta alla scoperta della ‘verità’. Approda in un altro pianeta, del tutto simile alla Terra tranne che per l’animo dei suoi abitanti, sono puri, innocenti, e in quella purezza lui, per la prima volta, non viene additato come ridicolo. Ma il suo arrivo non è senza conseguenze: contamina quella gente che in poco tempo acquista tutti i difetti della società da cui lui proviene. «È un uomo del ‘sottosuolo’, cioè di quell’inferno sulla Terra abitato da dannati che vivono in cupa solitudine, indifferenza, livore, odio nei confronti degli altri, essi si sottomettono alle pene di questo inferno come per una fatalità crudele e misteriosa, e, a un tempo, conservano gelosamente un lucido senso della colpa che li condanna a vivere un’esperienza carica di esaltazione frenetica e sofferente. A differenza degli altri dannati, quest’uomo ha scoperto il segreto della bellezza e della felicità, il segreto per ‘rimettere tutto a posto’. ‘Ama gli altri come te stesso’ ‘vecchia Verità che non ha mai attecchito’.. E appunto nell’assurda proposta d’amore per il prossimo si trova tutta la sua ‘ridicolaggine’. Ma, attenzione, quest’uomo ridicolo è consapevole dell’impossibilità di riuscita del suo progetto, eppure nel raccontare, nel ‘predicare’ la ‘vecchia verità’ trova il senso più profondo e l’unico scopo possibile della vita: mostrare la via di salvezza agli uomini, pur sapendo che non vi è possibilità di riuscita e di vittoria. Il destino ultimo dell’uomo è quello di realizzare una completa comunione con gli altri uomini e può avvenire soltanto attraverso l’annullamento della propria individualità e l’amore per il prossimo. Dostoevskij vede nell’individualità l’origine e la causa dello spirito di separazione che c’è tra gli uomini e che ha trasformato la Terra in un sottosuolo» (Gabriele Lavia)

Carlo Titomanlio
È una persona serissima.