Tra ricerca e avanguardia, il desiderio sta in una gabbia di velluto rosso

Sguardazzo/recensione di "Cinema cielo"

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Cosa: Cinema cielo
Chi: Danio Manfredini, Patrizia Aroldi, Vincenzo De Prete, Giuseppe Semeraro
Dove: Pontedera (PI), Teatro Era
Quando: 18/02/2017
Per quanto: 90 minuti

La classe morta di Tadeusz Kantor è diventata la sala di un cinema a luci rosse; Nostra signora dei fiori di Jean Genet è diventato un film del quale udiamo solo il sonoro; il trans (Danio Manfredini) porta sulla schiena un paio di piccole ali rosse, un po’ Cupido, un po’ angelo berlinese wendersiano; le musiche di scena (curate da Marco Olivieri) spaziano dalla musica classica ai Pink Floyd senza dimenticare il premio Nobel Bob Dylan. Non mancano i riferimenti al Nuovo e all’Antico Testamento, con tanto di materializzazione di un Cristo in carne e ossa e citazioni dal Cantico dei Cantici.

Eppure, qualcosa si impiglia, non scorre, si blocca. Forse per scelta, forse per altri motivi, il meccanismo della scena è come inceppato. Forse appesantito dal moltiplicarsi dei riferimenti insiti nello spettacolo, Cinema cielo sembra sempre sul punto di decollare, ma non lo fa. A distanza di quattordici anni dalla sua prima messa in scena e a tredici dal Premio Ubu alla regia, il lavoro di Manfredini ha tutta l’aria di essere un’occasione persa. L’amore (assente, evocato e inappagato) e la morte danzano sulla scena, l’emarginazione e la solitudine sembrano poter diventare il motore dello spettacolo, ma tutto appare come ingabbiato. Con ogni probabilità, la volontà di far apparire la sala del Cinema Cielo come una grande gabbia rivestita di velluto rosso era tra le intenzioni del regista, e lo stesso si potrebbe dire della connotazione grottesca, macchiettistica di tutti i personaggi.

Il pubblico si trova di fronte le poltrone di un’altra sala (quella del cinema che dà il titolo alla performance) e osserva la scena come se vedesse attraverso lo schermo sul quale è proiettato il film tratto da Genet; nella platea fittizia siedono o si muovono i vari personaggi, fra loro tre manichini inquietanti ai quali se ne aggiungono altri, agiti dagli attori. Sulle note di Forever Young di Dylan viene simulato un atto sessuale tra uomini e manichini; nel finale, Manfredini, nei panni dell’angelo/trans incontra finalmente il suo mentore (il personaggio ripete più volte che la sua è una missione assegnatagli da Dio), un Gesù Cristo sui trampoli. Questa scena, dolente e ironica allo stesso tempo, è uno dei momenti più riusciti dell’allestimento.

Il giorno prima dello spettacolo, durante un incontro con gli studenti universitari impegnati nello stage Scritture sulla scena, l’autore e regista lombardo ha parlato del proprio lavoro, spiegando come il suo sia più un teatro d’avanguardia che di ricerca. Eviterò di interrogarmi su cosa intendesse Manfredini, ma sono costretto a notare che i momenti più emozionanti del suo spettacolo sono, invece, quelli che si materializzano sulla scena grazie a un uso intelligente e umile degli strumenti di quello che definirei artigianato teatrale. In merito, voglio citare la scena in cui uno dei performer crea un effetto di illuminazione stroboscopica muovendosi a scatti e spargendo in aria grossi coriandoli bianchi, mentre una luce chiara lo illumina. Di fronte a un momento come questo, l’appassionato di teatro si ridesta e riconosce, oltre alle grandi capacità attoriali e registiche, come un senso profondo del teatro.

VERDETTAZZO

Perché: Sì, oppure no
Se fosse... ...un animale domestico sarebbe... ...un gatto al guinzaglio

Locandina dello spettacolo



Titolo: Cinema cielo

ideazione e regia Danio Manfredini
con Patrizia Aroldi, Vincenzo Del Prete, Danio Manfredini, Giuseppe Semeraro
assistente alla regia Patrizia Aroldi
luci Maurizio Viani
realizzazione colonna sonora Marco Olivieri
distribuzione La Corte Ospitale
produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione / Festival Santarcangelo dei Teatri

C’era una volta a Milano il Cinema Cielo, una sala cinematografica a luci rosse ora chiusa. Lo spettacolo è ispirato a questo luogo e mette una lente d’ingrandimento su un’umanità per la quale il sesso è bisogno, evasione, merce, voglia di compagnia e fantasma d’amore. Lo sguardo è rivolto alla sala cinematografica, lo spettatore spia le presenze che abitano il luogo. Il sonoro del film che scorre è liberamente ispirato ad un romanzo di Jean Genet e racconta di Louis che tutti chiamano Divine, dei suoi amanti e di Nostra Signora dei Fiori, seducente assassino. Trasferendo l’opera di Genet in una partitura sonora per quadri e intrecciandola con la vita di un cinema a luci rosse, prende forma un’opera che risuona della complessità del romanzo e lo aggancia fortemente al mondo contemporaneo. L’universo carcerario diventa il buio mondo del cinema, metafora della stessa reclusione, sfida alla morale comune. Le voci dei personaggi del film si fanno evocazione dello spessore poetico dell’opera di Genet. Lo spettacolo vive dell’incontro di due mondi che si appartengono, indissolubilmente legati e le ombre che abitano il Cinema Cielo fanno riemergere le ombre e il mondo di Genet.

Alessandro Cei
Classe 1982. Musicista, cantautore, educatore. Supplente nella scuola dell’infanzia e primaria, si occupa di canzone d’autore, musica, tradizione orale e teatro. Laureato due volte con tesi sul teatrocanzone di Gaber e Luporini, crede in Bob Dylan e nella fatica.