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È incredibile come, a distanza di millenni, il teatro contemporaneo attinga ancora dalla Grecia antica dissezionando archetipi come corpi palpitanti sul tavolo operatorio. Di Medee e Antigoni ne abbiamo viste parecchie e in molteplici versioni. Eppure non ci si stanca. Quelle tragedie sembrano cucite addosso a un’umanità senza tempo, che evolve ma non cambia nella sostanza.
Con la commedia il discorso si fa più scivoloso. A suscitare la risata non è mai soltanto il meccanismo teatrale in sé, quanto il panorama culturale e sociale che la nutre: un contesto condiviso che rende possibile lo scherno proprio perché appartiene all’esperienza comune degli spettatori. Per questo non è semplice mettere in scena Aristofane: le sue opere colpivano senza indulgenza i contemporanei, indicati col nome reale, esposti al riso di un pubblico che li conosceva bene. Senza complicità storica e culturale, parte della forza comica risulta inevitabilmente attenuata. Come rappresentare, oggi, una sua commedia? Bisognerebbe tradire il testo per conservarne tutta la forza. Distruggere l’involucro per salvarne il cuore. E pazienza per i fanatici del libretto.
Accogliamo dunque con una certa diffidenza mista a curiosità Gli uccelli, nuova produzione di Mtm firmata da Filippo Renda, terzo capitolo – dopo Baccanti e Medea – di una trilogia classica. Si tratta di una delle commedie meno apertamente politiche di Aristofane. L’autore costruisce una sorta di favola allegorica sul potere: protagonisti sono uccelli parlanti persuasi da un uomo astuto a fondare una città sospesa tra cielo e terra. Da quella posizione intermedia dovrebbero intercettare il fumo dei sacrifici destinati agli dèi, affamandoli, e, al tempo stesso, imporre la propria supremazia sugli uomini.
Su un palco dominato dalla penombra, in un’atmosfera dark e resa rarefatta da una generosa macchina del fumo, si muove il coro dei pennuti impersonati da quattro attrici corvine, streghe di Macbeth agili e sinuose dal sapore sexy/punk. Lanciano acuti gorgheggi mentre si arrampicano su un trespolo, unico elemento di scena, simbolo di quel regno animale, destinato alla conquista di Spietaldo – un (fin troppo) istrionico Claudio Orlandini. L’impatto visivo funziona, l’atmosfera è tetra, la favola nera procede al ritmo ipnotico della musica techno, con potenti apparizioni delle belle maschere di Eleonora Rossi: teste grottesche indossate a turno dalle attrici, esseri spettrali, quasi alieni, animati dall’interno, volti che trovano corpo in un ginocchio o sopra una mano senza più arti.
Maria Canal, Simona De Leo, Lisa Mignacca, Eleonora Mina si dimostrano versatili e magnetiche nella presenza scenica, solide nell’interpretazione vocale, mai didascaliche nelle molteplici declinazioni dei versi animali.
Lo spettacolo, però, non decolla: appare prolisso, “costruito”, e la drammaturgia finisce per incrinare l’impianto visivo anziché sostenerlo. Il ritmo si appesantisce, l’azione si arresta, la scena si riempie di parole che finiscono per soffocare il dinamismo, rendendo l’insieme eccessivamente verboso. Movimenti e coreografie si riducono sempre più a un andirivieni stanco e senza sorprese tra trespolo e proscenio.
Tante belle intuizioni (teatro di figura, dicotomia maschio padrone-uccelli femmina, atmosfere tendenti all’astrazione), che magari avrebbero potuto essere meglio sviluppate lasciando corpi e suoni esultare, dominando su una trama forse troppo sopravvalutata, soprattutto trattandosi di un classico già abbondantemente macinato. Si ha come l’impressione che Renda si sia fermato sulla soglia, timoroso, forse, di tradire troppo il grande commediografo. Eppure, gli avrebbe fatto un gran favore.



