ARCHIVIO SPETTACOLI

    Buchettino, Guidi-Castellucci (1995)

    Titolo: Buchettino

    tratto da Le Petit Poucet
    di Charles Perrault
    regia Chiara Guidi
    scene e ambientazione sonora Romeo Castellucci
    adattamento del testo Claudia Castellucci
    narratrice Silvia Pasello

    Socìetas Raffaello Sanzio

    Buchettino, spettacolo di repertorio della compagnia Socìetas Raffaello Sanzio, ha debuttato il 2 maggio del 1995 al Teatro Comandini di Cesena, sede della compagnia, e da oltre 20 anni continua a incontrare bambini ed adulti di tutti i continenti.

    La compagnia ha portato in tournée lo spettacolo con le proprie attrici in italiano, inglese, francese, portoghese.

    Nella semi-oscurità di una grande camera da letto in legno, la narratrice accoglie gli spettatori. I letti sono piccoli, reali, con lenzuola e coperte. Ognuno si sdraia nel suo. Quello sarà il suo posto.

    Le favole spesso si raccontano prima di dormire, per accompagnare il sonno, ed è proprio quest’atmosfera che viene ricreata all’interno di questa magica camera da letto. Il sonno è una posizione del corpo e della coscienza del proprio essere, è quel momento in cui ognuno allenta la presa sulla propria vita, si ritorna alla base della propria presenza. A letto si sospendono le attività e il corpo assume la posizione dello stare in sé, con sé, per sé. È a questo punto, in una luce appena visibile che isola e al tempo stesso immette in una condizione comune, che sorge la voce della narratrice. Al centro della camera, sotto l’unica lampadina, racconta tutte le peripezie di Buchettino e nel momento stesso in cui le evoca se ne ode la traccia acustica. È quasi buio e l’unica attività percettiva disponibile è quella dell’orecchio che, in questo modo, potenzia la capacità di cogliere i suoni provenienti dai quattro lati. Ogni immagine è messa in penombra; le figure vengono allontanate, non c’è quasi niente da vedere, a favore dell’ascolto e delle immagini interiori.

    Nonostante il racconto cominci con “C’era una volta…”, attraverso i rumori ridiventa presente e una tempesta di suoni avvolge la grande camera da letto, dove ognuno, nel buio, concentra i propri sensi. Le pareti di legno ricordano la stiva di una nave esposta alla tempesta e nell’ascolto è presente la dialettica tra mondo esterno e interiorità, tra la statica interna e protetta generata dal mantenere il proprio posto nel letto e la dinamica esterna esposta alla tempesta di ciò che accade, dei suoni che oltrepassano i confini e fanno immaginare.

    Il ritrovarsi insieme a sconosciuti, in una condizione che è fatta d’intimità, determina un unico sentire e lo scorrere del fiume sonoro immerge tutte le forme dell’emozione nel bagno lustrale dell’infanzia. Infanzia non intesa come un’età della vita, ma come un sentire e provare la parola sul limite stesso del linguaggio, sulla soglia del non-dire, là dove la parola degli umani si mescola e si salda con quella degli animali, degli orchi e degli gnomi, là dove è prossima al peso reale delle cose e all’intimità con un corpo. La narrazione può brillare solo all’interno delle pareti del corpo dello spettatore. La questione del corpo nel teatro è, nel suo senso più acuto, da intendersi in una prospettiva rovesciata, che non vede esclusivamente l’attore al centro dell’ostensione, ma innanzitutto considera l’esperienza dello spettatore come il vero corpo di passione.

    SGUARDAZZI/RECENSIONI