Uno zio Vanja e tutto vacilla

Sguardazzo/recensione di "Zio Vanja"

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Cosa: Zio Vanja
Chi: Vinicio Marchioni, Francesco Montanari
Dove: Firenze, Teatro della Pergola
Quando: 1/02/2018
Per quanto: 150 minuti

Adattare o no i classici? Vinicio Marchioni, alla sua prima regia teatrale, si avvale del contributo artistico di una delle maggiori drammaturghe del momento, Letizia Russo, per rieditare Zio Vanja di Anton Cechov.

Il primo cambiamento si ha nel titolo, con l’aggiunta di quell’Uno, come a indicarne uno qualsiasi, amareggiato dalla vita e dal suo status a cui non riesce a ribellarsi. Non si tratta dell’unica variazione dal drammaturgo russo: la riscrittura sembra intuire una nuova possibilità, un’attualizzazione che potrebbe risultare interessante. Peccato che, causa una regia poco accorta, si tramuta in un esercizio “accontenta pubblico”. La tenuta originale viene trasformata in un teatro italiano all’indomani di uno dei tanti eventi sismici, mentre le difficoltà di mantenimento del podere diventano le avversità insite nella scena contemporanea. A rendere il tutto ancora più accattivante, il cast di attori provenienti dalla serie Romanzo Criminale. Si shakera il composto, ottenendo un bel pastiche che strizza l’occhio un po’ a tutti: agli acculturati per la critica sulla situazione della cultura, ai giovanissimi per il massiccio innesto televisivo, al pubblico agé cui si propone l’agognato classico.

Ce n’è per tutti i gusti allo schiudersi del sipario, anticipato da un grande boato a simulare la catastrofe naturale. La scenografia ci proietta dietro le quinte di un ipotetico teatro: costumi, strumenti, un tavolo e qualche sedia; un poster del La regina d’Africa, che diverrà foto ricordo della prima moglie di Serebrijakov (probabilmente interprete di una mise en espace della pellicola). Al centro dell’intero assetto va a sgretolarsi un muro di calcinacci e macerie, che ci permette di intravedere, sullo sfondo, il tanto amato ciliegio cechoviano, che durante la performance scandisce il passare delle stagioni. Si ha la sensazione che Marchioni avrebbe voluto dare un cambio repentino all’opera, ma non ne abbia avuto il coraggio, mantenendo, di fatto, il piede in due staffe.
Lo si evince anche dalla suddivisione drammaturgica dei personaggi in scena, due gruppi ben distinti: una parte più legata al testo originale (Sonja, Marija, Marina); l’altra, invece, più innovativa, con svariati riferimenti all’attualità (Vanja, il dottore, la seconda moglie Elena). Il testo originale è presente, seppur riadattato al nuovo contesto storico–geografico: dalla Russia ottocentesca all’Italia del Novecento (la vodka diviene grappa),il tutto guarnito di elementi contemporanei; per quanto in forma spesso ingenua, tra incitamenti, urla e altre facili soluzioni sopra le righe.

Pure sotto il profilo attoriale, Marchioni non osa: i personaggi sembrano come indirizzati, legati a determinate aree del palcoscenico, ma senza percepibili motivazioni, dando vita a movimenti che paiono assai incerti. Marchioni e Montanari ricalcano i ruoli, appunto, della serie tv evocata, incluso l’impiego, a tratti, di una calata romanesca mista a una dizione curata e puntuale (non a caso, al momento degli applausi, i ragazzi in sala urlano «Vai Libano, Vai Freddo!»). Gli ammiccamenti alla platea trovano il culmine nel didascalico inserimento di Se bruciasse la città, con l’effetto tanto di risvegliare gli spettatori assopiti quanto di scandalizzare, a causa della banalità della scelta, chi ancora presta attenzione. Ancora una volta l’incertezza e la non definizione giocano un brutto tiro e ce ne dispiace perché potevano esserci dei buoni presupposti.
Zio Vanja diviene, così, “uno”: ma, davvero, uno dei tanti, dimenticabile, e proprio per non aver osato abbastanza, per non aver neppure tentato di diventare “Lo” Zio Vanja. Peccato.

VERDETTAZZO

Perché: No
Se fosse... uno slogan (sul terremoto) sarebbe... Io non rischio

Locandina dello spettacolo



Titolo: Zio Vanja

di Anton Čechov
adattamento Letizia Russo
e con  Vinicio Marchioni, Francesco Montanari, Lorenzo Gioielli, Milena Mancini, Alessandra Costanzo, Nina Torresi, Andrea Caimmi, Nina Raia
regia Vinicio Marchioni
scene Marta Crisolini Malatesta
costumi Milena Mancini e Concetta Iannelli
musiche Pino Marino
luci Marco Palmieri
produzione Khora.teatro
in coproduzione con Fondazione Teatro della Toscana

Il 26 ottobre del 1899 Anton Čechov fa rappresentare al Teatro d’arte di Mosca Zio Vanja, oggi considerato uno dei drammi più importanti dello scrittore di Taganrog. Protagonista dei quattro atti originali è Ivan Petrovic Voiniskij, zio Vanja appunto, che per anni ha amministrato con scrupolo e abnegazione la tenuta della nipote Sonja versandone i redditi al cognato, il professor Serebrjakov, vedovo di sua sorella e padre di Sonja. Unica amicizia nella grigia esistenza di Vanja e di Sonja è quella del medico Astrov, amato senza speranza da Sonja. Per il resto sono tutti devoti al professore, che credono un genio. Serebrjakov si stabilisce con i due, insieme alla seconda moglie, Elena. Le illusioni sono presto distrutte: alla rivelazione che l’illustre professore è solo un mediocre sfacciatamente ingrato, zio Vanja sembra ribellarsi: in un momento d’ira arriva a sparargli, senza colpirlo. Nemmeno questo gesto estremo modifica il destino di Vanja e di Sonja, che riprendono la loro vita rassegnata e dimessa, sempre inviando le rendite della tenuta al professore tornato in città con la moglie. Lo stile di Čechov, modellato sul tragicomico del quotidiano, restituisce con fascino irripetibile e struggente le complesse sfaccettature dell’esistenza umana anticipando e influenzando tutti i motivi successivi della drammaturgia occidentale europea e nordamericana. “Volevo solo dire alla gente – affermò – in tutta onestà: guardate, guardate come vivete male, in che maniera noiosa”. Lo spettacolo nell’adattamento di Letizia Russo (da un’idea di Vinicio Marchioni e Milena Mancini), in assoluto rispetto delle dinamiche tra i personaggi e dei dialoghi del testo classico, fa perno su precise note di contemporaneità della scrittura cecoviana per esaltarne la straordinaria attualità creativa. La regia di Vinicio Marchioni, attorniato da un cast di comprovata qualità artistica e professionale, prende le mosse da un profondo studio del meccanismo drammaturgico dell’originale, per restituirne pienamente il dovuto spessore culturale. Zio Vanja è uno specchio in cui possiamo vedere riflessa la nostra incapacità (o non volontà) di essere felici. Può essere una visione sgradevole, perché è duro fissare negli occhi la propria anima. Ma gli specchi hanno un lato salutare: se quello che appare non ci piace, possiamo almeno tentare di cambiarlo. In fondo è a questo che Čechov ci invita: capire quanto sia meschina l’esistenza borghese, così priva di slanci e di entusiasmi, così mediocre e vuota, per inventarsene una diversa. E uscire dalla gabbia che ci siamo fabbricati per diventare uomini migliori.

Francesca Cecconi
Da attrice a fotografa di scena per approdare alla mise en espace delle proprie critiche. Under35 precaria con una passione per la regia teatrale. Ha allestito una sua versione di Casa di bambola di Ibsen. Se fosse un’attrice: Tosca D’Aquino per somiglianza, Rossella Falk per l’eleganza, la Littizzetto per "tutto" il resto.