asd

Il tenero, gorgonico Giacomo

Sguardazzo/recensione di "Piccolo diario dei malanni +D"

-

Cosa: Piccolo diario dei malanni +D
Chi: Giacomo Verde
Dove: Porcari (LU), SPAM!
Quando: 15/01/2019
Per quanto: 45 minuti

Un tavolo, una lampada. Inforca gli occhiali, e gli occhi gufeschi, già grandi per conto loro, appaiono ampliati dalla rifrazione. Sorride e, come in altre circostanze, si rivolge al pubblico senza filtri, finzioni: siamo a teatro insinua il suo brechtiano understatement, nell’ostinato rifiuto a considerar l’artista speciale rispetto allo spettatore.
Nessun albatros baudelairiano: uno di noi, né più né meno.
Parla a noi, come noi, Giacomo Verde, illustrando l’idea sorgente del lavoro: da anni trascrive su un’agendina, con parole e disegni colorati, i ricordi, suoi e di amici, legati a malattie, convalescenze, infortuni, quelle particolari sospensioni del tempo costituite dall’esser malati. Non allude (ancora) alla propria condizione, bensì a quella malattia “bambina”, fatta di febbroni, gambe ingessate, punti qua e là. Questa l’idea, e una mela, sezionata lungo l’asse orizzontale: il taglio “inedito” sembra far sparire il torsolo, creando un disegno che richiama un fiore, potenziando la simbologia vitale già propria del frutto. 

Sfoglia pagine che una camera riprende e un proiettore riporta su uno schermo, alla sinistra. Storie, date, nomi, giorni, nel seguire docenze, lavori, prospettive sfumate, ristrettezze economiche. A dispetto del curriculum, Verde vive impelagato nell’incertezza, i rossi in banca neanche troppo sfiorati. Precario e sorridente. Come sorride la platea, alle picaresche vicissitudini d’un artista che mai ha voluto “sistemarsi”, smarcandosi non tanto dal benessere, quanto dalla tossicità del successo, rifiutandone l’atteggiamento muscolare, violento, per cui o si è qualcuno o si muore (cioè: si vivacchia, che è morire per la società dello spettacolo). Eppure, quanto impera la dittatura del successo, anche e proprio negli ambiti sedicenti giusti, ma che comunque mirano al nome: così va il mondo, e remar contro, è troppo complicato.
Sorridiamo pure noi, tra segni e parole, col dubbio che l’umorismo prevalga forse troppo su una narrazione che potrebbe (e dovrebbe) trasmettere anche inquietudine. Giacomo è questo: mai calca la mano sul serio(so), e le vicende da ingentilito Factotum bukowskiano sembrano un gioco, quando, invece, sono anche vita. 

Ecco la malattia, una neoplasia prostatica, presente e viva. Senza la minima drammatizzazione, pure nell’annunciare il pellegrinaggio laico una volta terminata con successo la terapia intrapresa.
Da qui, uno spettacolo ingegnoso, ma non troppo sorprendente, s’approssima al capolavoro.

Musica mediorientale, basso e batteria ritmati.
Verde si alza. Guadagna il centro.
Occhi serrati, braccia in alto.
Accenna una danza, impercettibile, poi decisa, benché di gesti minimi, ideografici.
Il fascio di luce sgombra del proiettore lo investe: la silhouette si stampa nel bianco del quadro e pensiamo a
In girum di Roberto Castello, peraltro supervisore di questo lavoro. La figura non è (più) Giacomo Verde, teknoartista che conosciamo, raccontato nei saggi, fondatore della presente elettrorivista. È maschera, forma ulteriore, superiore e inferiore rispetto all’umano, un’entità che ci descrive, superandoci.
La sequenza è interminabile (circa 8’), eppure mai vorremmo che finisse: l’onda emotiva è impressionante. E non perché siamo tutti amici suoi, anzi: questo
non è luisu di lui. Da lui promana, per giungere, autentico miracolo, alla dimensione gorgonica della maschera, quel tutti e nessuno che solo il principio primo (e ultimo) del vero teatro, può lambire.

In questo sapiente, quanto naturale, impasto di vita (abbiamo pensato a certi lavori di Deflorian-Tagliarini, non sempre amati), troviamo la scintilla d’un allestimento memorabile, e se il mercato non lo recepirà, cazzi suoi. E vostri. Noi c’eravamo.

VERDETTAZZO

Perché:
Se fosse... un luogo sarebbe... Shangri-La

Locandina dello spettacolo



Titolo: Piccolo diario dei malanni +D

di e con Giacomo Verde


«Tutto è iniziato quando mio fratello, informatore medico, mi ha regalato un quadernetto e una penna: gadget di promozione farmaceutica. Ho avuto l'idea di annotarci riflessioni e disegni sul tema delle malattie. Ho iniziato chiedendo agli amici di raccontarmi cosa si ricordavano di quando stavano male. Poi ho continuato annotando mie riflessioni e poi via via fatti e "malanni" che mi accadevano fino all'arrivo e alla cura di un tumore. Ho iniziato nel gennaio del 2012. Scrivevo e disegnavo mentre ero in viaggio. Ne è venuto fuori un piccolo diario. Poi nel 2016 durante un happening artistico sul tema "mali" ho avuto l'idea di leggere il quaderno inquadrandolo con una videocamera, collegata ad un videoproiettore, e di commentarlo... è stato divertente, commovente e terapeutico: non mi aspettavo piacesse così tanto. Così è nata la prima versione del "Piccolo diario dei malanni". Poi ho pensato che poteva nascere uno spettacolo dove anche il corpo (reale protagonista della narrazione) potesse esprimere le sue vicissitudini attraverso una danza. Anche perché io non sono un danzatore. Ho quindi chiesto agli amici danzatori di aiutarmi. Così infine è nata la personale danza che conclude la performance ma non la storia» G. Verde

Igor Vazzaz
Toscofriulano, rockstar egonauta e maestro di vita, si occupa di teatro, sport, musica, enogastronomia. Scrive, suona, insegna, disimpara e, talvolta, pubblica libri o dischi. Il suo cane è pazzo.