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Si esce confusi, da L’angelo del focolare, ultima regia di Emma Dante, cui abbiamo assistito in quella ben gestita bomboniera che è l’Astra vicentino. Non un male, anzi: una pièce può, dovrebbe, fermentare tra cuore e memoria, oltre la prima impressione, fondendovisi a generare un pensiero, un punto di vista (rigorosamente inutili) d’una qualche (in)sensatezza. Quanto esposto corrisponde, peraltro, alla nostra vaga idea di critica. E di questa favola nerissima, beffardamente grottesca, s’apprezzano senza dubbio molte cose.
In primis, la stilizzata costruzione spaziale, d’inverosimile e metafisico realismo, nel gioco tra tetro sfondo e nitore di luci chirurgicamente profuse dall’alto; una composizione squadernata, agìta sotto i nostri occhi, dai primi istanti di recita. A sinistra, una poltrona, strascicata da Giuditta Perriera, Madre: il repentino birignao, acuto quanto comico, pare versione meridionalista della Linea di Osvaldo Cavandoli (voce di Carlo Bonomi). Tra squittite rampogne, cantilenati lamenti, reiterati scarti tonali, emerge una litania da veglia: per il corpo esanime di Leonarda Saffi, riverso in posizione centrale, pronto a rianimarsi e assolvere, nonostante tutto, al ruolo di Moglie (madre pure lei), l’angelo del focolare, titolo ed epiteto ironico, trasudante sangue come la sua fronte. Ecco David Leone, Figlio, e Ivano Picciallo, Marito: stempiatura, occhi sgranati, fuori orbita. Il tavolo in mezzo, la branda/letto pieghevole a destra, un cesso quasi in proscenio: fascinazione plastica, remota dalla Parigi duchampiana, qui, nel profondo sud dei derelitti che tanto somiglia, per Emma Dante, al nostro quotidiano.
In seconda istanza, prove attoriali pregevolissime: solide, tumultuose, puntuali. Performance e visioni, si sa, sono qualità proprie delle opere della teatrante palermitana (suoi testo, regia, scene e costumi), unitamente all’ambientazione. Non sicula, nella fattispecie: la lingua adoprata, gutturale e materica, di vocalità cupa e bastarda, echeggia un pugliese scabroso nelle muscolari lezioni di corteggiamento di Padre a Figlio (nomi mai pronunciati), quest’ultimo più dolce, nel corpo come nell’animo effemminato, rispetto al tirannico maschio genitore. Canottiera e mutande, entrambi i corpi torniti, da sottoproletariato pasoliniano: questo, forse, l’elemento che ci sembra scompaginare tutto, proiettando altrove, lontano, la storia, a tratti ottimamente giocata nella micidiale coazione a ripetere e nei registri, parodiando persino il musical in maniera meno gratuita o infantile del sopravvalutatissimo C’è ancora domani di Paola Cortellesi.
Il punto è che oggi siamo (in) tutt’altro tempo: i plebei abbrutiti sono obesi (quanto mancano Ciprì e Maresco…), non vitalisticamente atletici come i furono ragazzi di vita. Belli ed euritmici, adesso, non son tanto i proletari, bensì i borghesissimi e seriali stupratori, in Occidente organizzati secondo efficienti metodi industriali: di questi ultimi, da noi, si tace volentieri (più comodo dare addosso ai migranti, alimentando guerre tra poveri). La violenza, domestica e non, pure femminicida, corre altre strade, sfrutta altre modalità, incarna altri corpi, con gli abusi di gruppo, perpetrati al sud come al nord, la musica trap (in sé, genere come altri) quale colonna sonora e immaginario (fica e quattrini, armi e cazzo duro) di riferimento.
Il Novecento, pur nei suoi più deteriori modelli patriarcali, è finito da mo’, ma il ritornante focolare di quest’angelo sembra intrappolato dentro una versione stereotipata, pretestuosa quanto inerte. Non che adesso si stia meglio, sia chiaro: anzi.
Ben altro ci vorrebbe, però, in favore d’un femminismo teatrale, in Italia, e non dubitiamo che qualcosa, di certo, si stia muovendo. Data l’urgenza, ce lo auguriamo.



