Quando il sesso resta orale: la frigida Italia di Fettarappa

Sguardazzo/recensione di "Orgasmo - prosa dispiaciuta sulla fine del sesso"

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Cosa: Orgasmo - prosa dispiaciuta sulla fine del sesso
Chi: Niccolò Fettarappa
Dove: Bologna, Arena del Sole
Quando: 29/01/2026
Per quanto: 80 minuti

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Recensire l’evento scenico, mai la reputazione: norma ferrea, etica dello sguardo. Vero è che lo spettacolo contemporaneo non coincide solo con l’accadimento, tessendo trame comunicative articolate, interstiziali. S’arriva dunque a Bologna per vedere, prima volta, un lavoro di Niccolò Fettarappa, enfant prodige del teatro italiano, approdato, neanche trentenne, al Piccolo. Titolo ambizioso: Orgasmo – prosa dispiaciuta sulla fine del sesso, una «satira sull’impoverimento emotivo di una società iper-performativa». L’interesse per l’antropologia contemporanea connessa alla dimensione del lavoro è, del resto, centrale nella poetica del romano (esempi: qui, qui e qui), il quale, nelle interviste, suona linguacciuto, scaltro, qualità che alimentano aspettative piuttosto alte. 

In scena, un grande letto composto (lo vedremo) da praticabili: in sottofondo, sinuose sonorità punteggiate da gemiti accennati. S’intravede una coppia, ai lati del talamo, mentre, sulla destra, due tizi intavolano un dialogo simil-motivazionale, parodia della mindfulness, patetico abbaglio di questi tempi di felicità iperproduttiva. Ridono, gli spettatori, ai feroci smontaggi idiosincrantici, scienti manomissioni del linguaggio che riecheggiano certo Rezza. S’apprende d’un’agenda venti-trenta promossa dall’Europa, pachidermico totem di burocrazia distopica, secondo cui, entro tal data, si consumerà l’ultimo orgasmo continentale: seguono scene surreali, dialoghi acidi, slittamenti di caratteri (e praticabili), ingegnosa drammaturgia a mescolar disfacimento relazionale e tramonto corporeo, contrapposti alla ferinità d’una fantomatica invasione di orsi arrapati, contrappunto simbolico tra la vitalità della natura e la (nostra) morte culturale. Rebecca e Gianni (nomi coincidenti a quelli degli interpreti Sisti e D’Addario) son coniugi vittime di quest’epoca post-tutto, in cui il capitalismo ha stravinto, dilagato ben oltre l’immaginabile, insinuandosi sottopelle, a livello liminale e (non)seminale. Per contro, Fettarappa e Lorenzo (Guerrieri), guappeschi, luciferini, evocano Ursula (von der Leyen, il nome riecheggia pure i plantigradi furoreggianti là fuori), commentano e sgambettano la ridicolosa cocciutaggine d’un Gianni mai rassegnato, pugliesissimo, elemento più comico dell’insieme.

Ridono, intorno a noi, e nulla ci sarebbe per farlo (ci riferiamo allo sguardo-sul-mondo, non alla comicità), col ritmo serratissimo, ben sorretto dall’efficace recitazione di un dettato d’arguta composizione semantica, a fondere società e privato, sguardo di feroce disincanto sul piano che ci vede più fragili. Tutti. Eppure, sembra che manchi qualcosa, e non poco: il morso vero, uno spasmo autentico, non inscenato a portata di complici risa o battimani, qualcosa che ferisca duramente, nel profondo, quale un titolo come questo prometterebbe, al pari delle accessorie dichiarazioni. E, invece, siamo distantissimi, per dire, dal primo Lanthimos, o da Houellebecq, e pure dal Gaber che, già cinquant’anni or sono, sbatteva in scena l’impotenza (sessuale e non) collettiva, dilaniando certezze a spettatori che, spesso, reagivano male. Per non dire di Genet, Céline, Pasolini, Ferreri, Bene. Eppure, ce ne sarebbe, per farci, esteticamente e non solo, soffrire davvero. Invece no. Fettarappa è discolo quanto bravo, senz’altro, ma non il delinquente che (sembra) voler apparire: un centocentesimi-al-classico, e questo Orgasmo un compito da settepiù, non di più, forse meno (odiamo i voti, come i premi: lo diciamo da sempre). Non poco, è vero, ma troppo poco, se lo scopo è una prosa dispiaciuta sulla fine dello scópo.
Nei campetti di periferia, anch’essi ormai deserti (non a caso) come i letti dello spettacolo, a un’aggressione consimile si risponderebbe: Tutto qui? Me le dà più forte mi’ madre. Il finale trova tutti contenti, ricomposti: e su questa continuità compiaciuta, Fettarappa, se è quel che di buono sembra, potrebbe farsi qualche domanda.

VERDETTAZZO

Perché: Sì, oppure no
Se fosse... un indumento sarebbe... un jeans strappato di marca, costoso

Locandina dello spettacolo



Titolo: Orgasmo - prosa dispiaciuta sulla fine del sesso

di Niccolò Fettarappa
con (in o.a.) Gianni D’Addario, Niccolò Fettarappa, Lorenzo Guerrieri, Rebecca Sisti

regia Niccolò Fettarappa

aiuto regia Lorenzo Guerrieri 
assistente alla regia Roberta Gabriele
disegno luci Tiziano Ruggia
costumi Elena Dal Pozzo
sound design Massimo Nardinocchi
scene costruite nel Laboratorio di Scenotecnica di ERT
responsabile del Laboratorio e capo costruttore Gioacchino Gramolini
costruttori Veronica Sbrancia e Tiziano Barone, Keolo Camara
scenografe decoratrici Martina Perrone, Alice Di Stefano, Sarah Menichini, Bianca Passanti, Noemi Ruth Biganzoli
logistica Achour Meradji
direttore di scena Claudio Bellagamba
elettricista Tiziano Ruggia/Omar Scala
tecnico audio Massimo Nardinocchi
sarta Carola Tesolin
produzione Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, Teatro di Roma – Teatro Nazionale, Agidi, Sardegna Teatro

testo finalista al premio Pier Vittorio Tondelli / Riccione Teatro 2023

foto di Matilde Piazzi


Secondo l’agenda dell’Unione Europea entro il 2030 avrà luogo l’ultimo orgasmo sulla terra. Da questa nota l’attore, regista e autore Niccolò Fettarappa – nella scorsa Stagione co-protagonista in Uno spettacolo italiano – costruisce la sua nuova creazione e si interroga su questo «annientamento erotico dell’individuo», che sembra essere ormai sostituito da un altro piacere: la produttività lavorativa. «Questa rapida deflazione dell’eccitazione – scrive l’artista – va di pari passo con l’aumento del consumo di narcotici, antidepressivi o farmaci stimolanti che rendono più prestanti nel mondo del lavoro. […] L’ufficio prende il posto dell’orgasmo, il solo piacere ammesso è quello a scopo produttivo». Con ironia e sarcasmo, Fettarappa porta in scena un’Italia distopica, invasa da un’orda di orsi dagli smodati appetiti sessuali, un fenomeno analizzato da un Giornalista e da un Zoologo incaricati dal governo. Intanto, una coppia in crisi sopravvive all’inerzia leggendo giornali e facendo ginnastica in salotto. Una satira surreale sulla fine dell’eros e sull’impoverimento emotivo di una società iper-performativa.

Igor Vazzaz
Toscofriulano, ex rockstar egonauta ora derubricata al folk, si occupa, talvolta, di teatro, sport, musica, enogastronomia. Da cantante-che-ragiona, scrive, suona, insegna, disimpara: talvolta, pubblica libri o dischi. L'inguaribile hybris ne cagiona la partecipazione attiva a spettacoli di vario ordine e grado, tra musica, danza contemporanea e (quasi) teatro. Il suo cane era pazzo.