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Recensire l’evento scenico, mai la reputazione: norma ferrea, etica dello sguardo. Vero è che lo spettacolo contemporaneo non coincide solo con l’accadimento, tessendo trame comunicative articolate, interstiziali. S’arriva dunque a Bologna per vedere, prima volta, un lavoro di Niccolò Fettarappa, enfant prodige del teatro italiano, approdato, neanche trentenne, al Piccolo. Titolo ambizioso: Orgasmo – prosa dispiaciuta sulla fine del sesso, una «satira sull’impoverimento emotivo di una società iper-performativa». L’interesse per l’antropologia contemporanea connessa alla dimensione del lavoro è, del resto, centrale nella poetica del romano (esempi: qui, qui e qui), il quale, nelle interviste, suona linguacciuto, scaltro, qualità che alimentano aspettative piuttosto alte.
In scena, un grande letto composto (lo vedremo) da praticabili: in sottofondo, sinuose sonorità punteggiate da gemiti accennati. S’intravede una coppia, ai lati del talamo, mentre, sulla destra, due tizi intavolano un dialogo simil-motivazionale, parodia della mindfulness, patetico abbaglio di questi tempi di felicità iperproduttiva. Ridono, gli spettatori, ai feroci smontaggi idiosincrantici, scienti manomissioni del linguaggio che riecheggiano certo Rezza. S’apprende d’un’agenda venti-trenta promossa dall’Europa, pachidermico totem di burocrazia distopica, secondo cui, entro tal data, si consumerà l’ultimo orgasmo continentale: seguono scene surreali, dialoghi acidi, slittamenti di caratteri (e praticabili), ingegnosa drammaturgia a mescolar disfacimento relazionale e tramonto corporeo, contrapposti alla ferinità d’una fantomatica invasione di orsi arrapati, contrappunto simbolico tra la vitalità della natura e la (nostra) morte culturale. Rebecca e Gianni (nomi coincidenti a quelli degli interpreti Sisti e D’Addario) son coniugi vittime di quest’epoca post-tutto, in cui il capitalismo ha stravinto, dilagato ben oltre l’immaginabile, insinuandosi sottopelle, a livello liminale e (non)seminale. Per contro, Fettarappa e Lorenzo (Guerrieri), guappeschi, luciferini, evocano Ursula (von der Leyen, il nome riecheggia pure i plantigradi furoreggianti là fuori), commentano e sgambettano la ridicolosa cocciutaggine d’un Gianni mai rassegnato, pugliesissimo, elemento più comico dell’insieme.
Ridono, intorno a noi, e nulla ci sarebbe per farlo (ci riferiamo allo sguardo-sul-mondo, non alla comicità), col ritmo serratissimo, ben sorretto dall’efficace recitazione di un dettato d’arguta composizione semantica, a fondere società e privato, sguardo di feroce disincanto sul piano che ci vede più fragili. Tutti. Eppure, sembra che manchi qualcosa, e non poco: il morso vero, uno spasmo autentico, non inscenato a portata di complici risa o battimani, qualcosa che ferisca duramente, nel profondo, quale un titolo come questo prometterebbe, al pari delle accessorie dichiarazioni. E, invece, siamo distantissimi, per dire, dal primo Lanthimos, o da Houellebecq, e pure dal Gaber che, già cinquant’anni or sono, sbatteva in scena l’impotenza (sessuale e non) collettiva, dilaniando certezze a spettatori che, spesso, reagivano male. Per non dire di Genet, Céline, Pasolini, Ferreri, Bene. Eppure, ce ne sarebbe, per farci, esteticamente e non solo, soffrire davvero. Invece no. Fettarappa è discolo quanto bravo, senz’altro, ma non il delinquente che (sembra) voler apparire: un centocentesimi-al-classico, e questo Orgasmo un compito da settepiù, non di più, forse meno (odiamo i voti, come i premi: lo diciamo da sempre). Non poco, è vero, ma troppo poco, se lo scopo è una prosa dispiaciuta sulla fine dello scópo.
Nei campetti di periferia, anch’essi ormai deserti (non a caso) come i letti dello spettacolo, a un’aggressione consimile si risponderebbe: Tutto qui? Me le dà più forte mi’ madre. Il finale trova tutti contenti, ricomposti: e su questa continuità compiaciuta, Fettarappa, se è quel che di buono sembra, potrebbe farsi qualche domanda.



