«Vengo dal Novecento», dichiara subito dal proscenio nel frizzantino incipit d’approccio al pubblico: Alessandro Benvenuti inaugura la stagione invernale del Metastasio pratese con Pillole di me, sorta di (dovutissimo) best of per un attautore tra i più meritevoli della nostra scena. Signorilmente vestito, pantalone lungo e panciotto, leggio sulla sua destra, una poltrona all’altro lato, il fu Giancattivo da principio scherzicchia, offrendo un paio di lazzi strappa-sorrisi a un pubblico ben disposto: non è che l’antipasto, l’entrée come riportano certi odiosi menu d’oggidì, giacché, pian piano, le portate acquisiscono sapori ben più complessi e articolati.
Disquisire di presenza e voce, per chi con la saga dei Gori ha interpretato più di venti personaggi mutando appena d’intonazione senza praticamente muoversi in scena, rischia d’essere esercizio surreale: la gestione che Sandrino ha del palco si conferma esemplare, pur a fronte d’un cimento semplice rispetto ad altra circostanza, dato il calibro dell’interprete. Nondimeno, esauriti i primi rapidi numeri, eccolo approdare, in un gioco dichiarato sin dall’esplicitazione dei testi attinti, all’ultimo movimento di Un comico fatto di sangue; la lama affonda allora senza pietà, implacabile quanto umoristica: il testo risale a una dozzina d’anni or sono e, pur mondato dei primi segmenti, gira a meraviglia, risaltando una scrittura minuziosa, felicissima sin nelle più fini scelte ritmiche e lessicali. La lingua benvenutiana splende per varietà, polifonia (in senso bachtiniano: mescola alto e basso, eloquio turpe e forbito; metaforicamente: bestemmia e Ave Maria). La crassa efficacia spesso e volentieri prende in contro-tempo la platea, attardata alla risata precedente: non è il (poco o nulla esistente) comico contemporaneo, ammantato d’ostentato, e bolso quanto sterile, cinismo, bensì lavorìo estenuato sulla situazione, tradotto da un dettato che, seppur lievemente compiaciuto, non si sterilizza nell’indubbio virtuosismo, pretendendo dallo spettatore la cooperazione d’un ascolto attivo, irrinunciabile complemento per una verace relazione. Novecento, appunto, e a ragione: non carne da cannone per un reel da scrollare, liofilizzata in favore d’un consumo istantaneo quanto impalpabile.
AB prosegue, ed è il turno di Me medesimo, scritto vent’anni fa per l’indimenticato Andrea Cambi, all’epoca letteralmente trascinato, più che messo, in scena per una memorabile edizione del festival Armunia, a Castiglioncello. Poi, L’Atletico Ghiacciaia, altra felice chicca d’una teatrografia che, a detta pure di Siro Ferrone, proietta Benvenuti tra i grandi attori e drammaturghi italiani in assoluto, ben oltre la dimensione territoriale (su cui ci sarebbe da discutere, nel bene e nel male) e il pedigree dei premi e dei riconoscimenti pubblici (cosa ne pensiamo in merito è stato chiarito tempo addietro).
Potrebbe proseguire per ore, e giorni, questo divertito e ludico repechage: il baule repertuale dell’artista è pressoché sconfinato, specie se si sommano le cose scritte per sé e quelle approntate per altri, e non solo nell’abusato Novecento. Nel sorridente ascolto, a recepire tanto l’agrodolce del comico quanto l’amaro dello sguardo sull’umano, sorge la disincantata domanda su quale funzione possa avere, nel tempo presente di intelligenze sintetiche a sopperire ogni manovalanza creativa, una forma di così dedito artigianato inventivo. La risposta, ovviamente, ci sfugge, lasciando spazio all’ammirazione e all’affetto, senza nessuna pretesa di capire più dei (certamente) pochi giunti sin qui a leggere. Applausi, convintissimi, per quel che valgono.


