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Tempi peculiari per il teatro: arte residuale, ma irrinunciabile principio e substrato di ogni tipologia performativa. E benché la scena sia approdo secondario rispetto ai numeri registrati dai media (cinema, tv, rete), spazi e stagioni pullulano, letteralmente, di presenze aliene, giacché ai giornalisti e intellettuali negli anni indebitamente tracimati sulle assi dei palcoscenici, si son aggiunti gli influencer, e persino i podcaster.
Daniele Bernardi, per contro, è attore vero, performer e poeta, collaboratore a vario titolo della Radiotelevisione Svizzera: risale a tredici mesi fa la pubblicazione dell’indovinatissimo Droga, Yoga ed HIV. Storia del mio amico Albi, podcast che, col pretesto di raccontare la vita d’un vecchio amico, offre lo spaccato selvaggio e sentimentale, se non d’una generazione, di una parte di essa, la medesima dell’artista classe 1981. La scelta transmediale, dare sostanza scenica a un prodotto nato per l’ascolto, è rimarchevole, invitandoci (oltre l’amicizia personale e la collaborazione) al ritorno in quel prezioso luogo scenico che è il Teatro della Brigata, casa di Orto degli Ananassi.
Lo spazio, minuto, ospitale, costringe gli spettatori sui gradoni d’una raccolta tribunetta: il senso di intimità acuisce la tutt’altro che sgradevole dimensione cenacolare. L’audio off riporta i crediti dell’opera sorgente e ci proietta nell’avvitatissima rete intessuta da Bernardi, articolata su più livelli: l’esperienza giovanile e le memorie su Albi, ricostruite tra suggestioni cinematografiche (la serie di Alien), ideali anarcoidi e riferimenti filosofico-letterari di matrice induista (Śri Aurobindo, Śri Ramakrishna, ma non solo). Il racconto concretizzato traccia e rintraccia la figura del singolarissimo mentore, simpatico, irregolare, assai più navigato del gruppuscolo di adolescenti inquieti orbitanti intorno al centro di Lugano sulla fine degli anni Novanta, assurgendone a guida e riferimento intellettuale. La voce nuda dell’attore s’alterna a quelle di Massimiliano Zampetti e Tommaso Giacopini, nei panni fonici del protagonista, e a quelle del coro, giovane micro-comunità di belle speranze, come tante ce ne sono, in quell’irripetibile tratto di vita che è la oisive jeunesse.
Yoga, certamente; droga, senz’altro; e HIV, virus tanto à la page tra anni Ottanta e Novanta che, dopo lunga e ostentata convivenza, uccide Albi nel 2012. Non prima che questi estenda al web la propria vocazione grafomane: se, nell’epoca del primo incontro, vergava indefessamente cartacee missive destinate ai giovani amici, così come libri e audiocassette duplicate ad hoc, nel 2011, Albi apre un blog, tuttora online, intitolato Droga Yoga e AIDS, la cui scoperta è il seme che suscita in Bernardi la necessità di ricostruire, creativamente, la parabola esistenziale dell’amico. La Rete come Libro tibetano dei morti, idea non nuova, ma efficace, e sensata. Il teatro quale soglia liminale. Per vedere. E vedersi.
Non tutto l’ordito scenico dell’attautore svizzero (parla, salta, si denuda, persino simula una pera) riesce a tradurre ciò che nel podcast risulta armonico, e a rimetterci è la percezione di urgenza. L’operazione necessiterebbe scarti formali più arditi, più coraggio nell’invenzione dello spazio, magari pure abbandonando il piano temporale del prodotto audio: cinque episodi, ancorché brevi, dosano la narrazione in modo assai diverso, e organico, rispetto a uno spettacolo one shot. Nondimeno, i tempi produttivi, tema troppo poco discusso, inducono sovente a scelte che, in altre condizioni, potrebbero essere molto diverse, ancor più per un teatrante creativo sul piano fisico e spaziale come Bernardi. Applausi comunque, pure ad Albi, ché lo spettacolo è onesto: se non è tutto, nemmeno è poco.



