Gioco a due: in scena Rezza non è più solo

Sguardazzo/recensione di "Metadietro"

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Cosa: Metadietro
Chi: Antonio Rezza, Flavia Mastrella, Daniele Cavaioli
Dove: Vicenza, Teatro Astra
Quando: 10/04/2026
Per quanto: 100 minuti

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«I was five, and he was six, we rode on horses made of sticks..

A qualche settimana dalla folgorante visione di Metadietro, ultima realizzazione di Antonio Rezza e Flavia Mastrella, il pensiero corre ai versi di Bang Bang, nell’incommensurabile versione di Sinatra figlia (incipit a schermo nero di Kill Bill, di Quentin Tarantino). Lo affermava quel Carmelo Bene di cui Rezza è plausibile, distintissimo erede, non foss’altro per l’artaudiana crudeltà esercitata in scena: «Niente è più serio del Gioco». Dunque, del teatro. Al contrario dello scherzo: mediocre, piccolo‑borghese, limitato.
“Si fa per scherzare”, appunto.
Nel gioco, non si scherza: si muore. 
E giocano, eccome se giocano, Antonio Rezza e Daniele Cavaioli, in questa picaresca epopea eroicomico‑spaziale da s(tra)volgere dentro l’ennesimo, abbacinante habitat di Mastrella, scheletrica costruzione piramidale di stecche e drappi tramutata in navicella per andar «là dove nessun uomo è mai giunto prima» (citazione trekker nostra, estranea all’allestimento).

Giocano, i due in scena, aiutati dal mirabolante, dilatato, fantasmagorico dispositivo che, seguendo Rezza‑Mastrella da oltre due decadi, ci sembra riannodare i fili d’un gomitolo, nel presente, originando però trame e significati inattesi, pulsanti di nuovo senso e spietata comicità.
Se, un tempo, si notò un progressivo, comprensibile disinteresse per il pubblico da parte del performer, sempre più distante dalla spietata aggressività di Pitecus o Io, questo Metadietro sembra ricuperare una relazione oltre la quarta parete, diversamente però dagli eroici furori iniziali: non tanto per la sonnecchiante signora in prima fila che si vede sottratta la borsetta (gag, ci confermano, effettivamente inclusa nel costrutto) per poi adontarsi e andarsene; o per l’arrogante figuro, pur egli sottopalco telefono in mano, che Rezza, cavalcando il sadismo connivente e conformista del pubblico, caccia di sala nel plauso generale; e nemmeno per la compagine di spettatori ingaggiata a interpretare i Russi, nel corso dell’intergalattica peregrinazione.
Si tratta, piuttosto, d’uno sguardo dotato di sottile complicità, smarcata dal rapporto agonistico dei primi anni, quando lo spettatore veniva esteticamente bullizzato dal tirannico protagonista in scena. Una contiguità ovviamente dribblata, smentita, giocata da Rezza, ma percepibile nella (mirabile) tirata contro «i sbirri», ritrovando quella dimensione da fool cui tutto è concesso, in special modo dire la verità. In quei sintagmi si avverte un calore nuovo, cui fa eco, in forma potenziata, la compagnia che scorta Antonio nell’erranza.

Se, in numerosi (non tutti) titoli del repertorio, il bravissimo Ivan Bellavista e gli altri interpreti via via coinvolti fungevano grossomodo come prolungamento dell’ultra‑non‑io rezziano a sottolinearne l’irriducibile solitarietà (termine coniato da Antonio Attisani appositamente per Bene), con Cavaioli il discorso muta profondamente: la lingua slogata, il discorso claudicante, l’implausibilità psicologica del dettato — elementi portanti della poetica rezzamastrelliana — echeggiano rimodulati ora nella voce e ora nel corpo di questo magnifico attore, rimbalzando con potenza inusitata, amplificandone e rinnovandone gli effetti.
Da annosi guardatori di Rezza, si resta quasi commossi: il brutt’Antonio, artista bellissimo, non è più solo; ha un compagno. Di gioco. Perché è esattamente Gioco tutto quel che i due mettono (anzi: sbattono) in scena: il vagabondaggio galattico, lo sghembo entanglement dialogico, l’affannoso affaccendarsi svolto con regole tutte loro, interne a un rapporto che nulla ha di psicologico, ma tutto di gioiosamente infantile, dunque teatrale. 
Quel Gioco donatoci, un tempo dal dio: preziosa risorsa contro l’ineluttabile insopportabilità della vita. 
Applausi, sino al termine del cosmo.

VERDETTAZZO

Perché:
Se fosse... un valore rivoluzionario sarebbe... la fratellanza

Locandina dello spettacolo



Titolo: Metadietro

di Flavia Mastrella, Antonio Rezza 
con Antonio Rezza e con Daniele Cavaioli 

(mai) scritto da Antonio Rezza
habitat Flavia Mastrella

assistente alla creazione Massimo Camilli
luci e tecnica Alice Mollica
voci fuori campo Noemi Pirastru e Mauro Ranucci 
montaggio traccia sonora Barbara Faonio 
mix traccia sonora Stefano G. Falcone 
macchinista Eughenij Razzeca

organizzazione generale Stefania Saltarelli 
sartoria Atelier Sara Baldazzi 
metalli Cisall

foto Flavia Mastrella, Annalisa Gonnella, Giulio Mazzi 
ufficio stampa Chiara Crupi – Artinconnessione 
organizzazione e comunicazione This is Acqua

una produzione La Fabbrica dell’Attore/Teatro VascelloRezza Mastrella


L’ammutinamento è sempre auspicabile in un organismo sano. Un ammiraglio blu elettrico tenta di portare in salvo la sua nave spalleggiato da una frotta che lo stordisce con ossessioni di mercato: la salvezza di chi ti è vicino non è la via di fuga per chi vive delle proprie idee. In ogni caso nessuno è colpevole, c’è solo un gran divario nello stare al mondo. Tra visioni difformi si consuma l’ennesimo espatrio, che non è la migrazione di un popolo, ma l’allontanamento inesorabile dalla propria volontà.  E vissero tutti relitti e portenti. (Antonio Rezza)

Igor Vazzaz
Toscofriulano, ex rockstar egonauta ora derubricata al folk, si occupa, talvolta, di teatro, sport, musica, enogastronomia. Da cantante-che-ragiona, scrive, suona, insegna, disimpara: talvolta, pubblica libri o dischi. L'inguaribile hybris ne cagiona la partecipazione attiva a spettacoli di vario ordine e grado, tra musica, danza contemporanea e (quasi) teatro. Il suo cane era pazzo.