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C’è coraggio, inventiva e poesia, dall’etimo greco saper fare, in questo Nel blu, lungo assolo che Mario Perrotta dedica alla figura di Domenico Modugno: non un biopic scenico, per un format tanto inflazionato al cinema da risultar ormai insoffribile. L’allestimento, infatti, si chiude, con acuminato sadismo, proprio nell’attimo in cui il cantante sta per intonare il ritornello del brano più celebre, quello che dà il titolo allo spettacolo.
Coraggio, perché, sin dalla prima scena, Perrotta canta, non sottraendosi al raffronto, ovviamente ingrato, con una delle voci più importanti e riconoscibili della nostra musica: tutt’altro che un dettaglio, e nulla importa se e quanto il paragone regga. Il semplice fatto di metterci faccia, corpo e ugola (unitamente al bel contributo dei tre musicisti compagni di scena) costituisce, di per sé, un bel punto a favore, ricordandoci peraltro (è un complimento) Maddalena Crippa con Giorgio Gaber, qualche lustro fa.
L’inventiva sta nella scelta d’una drammaturgia flessuosa, mai pedissequamente narrativa, in cui l’attore presta voce e corpo, indifferentemente, al protagonista Mimì (poi Mimmo), al di lui zio, al padre, a Franco Migliacci, a tutto il coro di personaggi che scorta l’artista dall’infanzia salentina a quel preciso momento in cui il suo percorso, unitamente alla musica leggera italiana, cambia una volta per tutte. Complici la conterraneità (leccese Perrotta, brindisino d’adozione Modugno, nonostante i natali in quel di Polignano a Mare, attuale provincia barese), la capacità di slittare dall’italiano al dialetto vivacizzando i molti dialoghi a una voce, la scrittura che mescola racconto in prima persona e canzoni, il ritmo dello spettacolo tiene ottimamente, restituendo un quadro in più tratti inedito del Modugno uomo. S’identificava come attore, e quel mestiere avrebbe voluto fare in prima istanza, peraltro compagno di una certa Giulia Lazzarini al Centro sperimentale di cinematografia, presso cui vince una borsa di studio, dopo esser fuggito, disobbedendo al padre, da San Pietro Vernotico.
La poesia, come anticipato, sta nella capacità di mescolare le molte informazioni in un dettato organico, divertente e coerente, affrontando a viso aperto l’impossibile sfida di raccontare e cantare, giacché il vero scopo d’un consimile lavoro non è, non può essere informare, passare nozioni più o meno necessarie, bensì ammaliare, nel presente della performance data, (anche) grazie alla statura dell’artista evocato. Un minuzioso gioco di scatole cinesi nel quale Perrotta dimostra buona mano, pure in senso linguistico, doppiando col proprio accento salentino lo storico equivoco che lo stesso Modugno incarnò a lungo in carriera, ossia quello del pugliese scambiato per siciliano.
Volendo cercare il fatidico pelo nell’uovo (che c’è), si potrebbe dire che una maggior asciuttezza, e nella scrittura e nei tempi, avrebbe senz’altro giovato, così come sembra una buona occasione perduta quella dell’ingaggio scenico, accennato ma non cavalcato, col peculiare ed egregio trio di musici (Vanni Crociani al piano; Giuseppe Franchellucci al violoncello; Massimo Marches alla chitarra). Sarebbe stato un guizzo supplementare che avrebbe potuto aprire diverse e ulteriori opzioni, sia spaziali sia drammaturgiche, indagando magari la necessità e le aporie di questo genere di operazioni.
Tale mancanza, cui sopperisce una sovrabbondanza performativa alla quale non viene però sommato alcun bis (forse atteso: ci è parsa una scelta assai poco scontata e, dunque, lodevole), in ogni caso, non lede quello che resta uno spettacolo da salutare con favore.



