TABELLAZZO
CosaAl presente
ChiDanio Manfredini
Quando28/10/2018
DoveLa Spezia, Auditorium Dialma Ruggero
Per quanto100 minuti
IL RESPONSO
Perché
Se fosse...un vino rosso
...sarebbela gioia dei sommelier che lo gusterebbero all'infinito

È ancora memorabile questo struggente, doloroso monologo che nel 1999 valse il premio Ubu a Danio Manfredini, suo autore e attore. L’artista entra, in una scena algida, simile agli istituti psichiatrici dove per anni ha lavorato: biancovestito, il viso che racconta sofferenze, gli occhi “insanguinati”, incede in un territorio ostile, raccontando della sua infanzia, del rapporto col nonno, della peregrinazione familiare verso le periferie milanesi.
Il suo “doppio” siede su una panca: un manichino, vestito come lui, sguardo come il suo, assente, nell’impossibilità di agire per modificare il proprio destino.

Lo spettacolo s’alimenta dei ricordi autobiografici dei pazienti, devastati, abbandonati dalla società, che Manfredini ha incontrato negli anni. Emblematico il caso del pescatore che con fatica porta a riva un grosso pesce: «Vuoi sapere chi è il pescatore per il pesce? È la sua coscienza. L’anima si attacca alla coscienza come il pesce al pescatore, nella speranza per una nuova vita». Metafora illuminante sulle esistenze non risolte di un’umanità ai margini, in perenne ricerca di sé.

Non è necessario comprendere tutto dei lacerti che Manfredini riversa in scena, a tratti danzando forsennatamente, indossando una parrucca bianca forse memore del suo Woyzeck, a tratti sedendo, contrapposto al manichino, su una claustrofobica poltrona a doppia seduta. Le sofferenze sepolte, dimenticate da tutti, ci scuotono, mentre sullo sfondo appaiono schizzi acquerellati di desolata solitudine, col sottofondo di una ballata di Vasco Rossi. Le pose irrigidite del corpo, il viso deformato dal terrore ricordano i tormentati corpi di Bacon: come il celebre Innocenzo X sul trono che sembra materializzarsi in quella sorta di sedia elettrica su cui detonano i ricordi dolorosi, suoi e dei tanti derelitti affiorati dall’entropia della sua mente. Il tutto risuona ancor di più grazie ai magistrali inserti tratti da Lo straniero di Albert Camus, ai testi dello scultore Alberto Giacometti, resi con una tale intensità da trafiggere i nostri cuori assopiti. 

Il suo è un teatro che tutto mescola, come un action painting di Pollock, per poi ricomporre: unisce mirabilmente l’alta letteratura alle frasi sconnesse, squassate, raccolte durante il tempo trascorso negli istituti pre-basagliani. Pensiamo ai suoi capolavori precedenti: il kantoriano Cinema Cielo [segnaliamo lo sguardazzo pubblicato qualche mese fa; qui e qui, invece, altri due pezzi, peraltro contrastanti, su un altro spettacolo, Vocazione, N.d.R.] o Tre studi per una Crocifissione, di devastante, dolorosa bellezza, densa di memorie artistiche, quasi omaggio fassbinderiano. 

La sua ammaliante presenza scenica lo approssima a una scultura vivente giacomettiana, proiettando noi all’interno dei suoi personaggi, come a far nostri i loro caotici pensieri, come se quei dolori appartenessero alle nostre vite irrisolte. Il biografismo è alimento peculiare per una creazione artistica composita: la madre più volte evocata in scena è, al contempo, la sua, quella di un paziente e, in qualche modo, pure la nostra.

Questo monaco guerriero del teatro italiano (la definizione è di Oliviero Ponte di Pino) ogni volta che percorre il palcoscenico sembra offrirsi al patibolo, e, ogni volta, attraverso il suo teatro totale, intenso, vero, ci conduce in un altrove al di là della nostra quotidianità, ma intimamente nostro. 

Il suo prezioso atto creativo e il suo tormento interiore si nutrono del nostro incantamento, ripagati, al termine della performance, da applausi calorosi e vivificanti, che suggellano l’eccellente debutto di stagione per uno spazio teatrale vitalissimo, caparbio e coraggioso

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Al presente

di e con Danio Manfredini

collaborazione al riallestimento Vincenzo Del Prete
assistente regia e luci Lucia Manghi
produzione riallestimento La Corte Ospitale

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Sergio Buttiglieri
Si occupa di “interior design”, essendosi imbattuto in Starck, Toyo Ito, Enzo Mari, Ron Arad, David Chipperfield e altri tipacci flippati con la ridefinizione delle forme, ma, da sempre, non può fare a meno di scrivere di teatro, di quello meno allineato, più instabile e destabilizzante.