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Se il teatro può essere arte, e non mero intrattenimento, assistere una seconda volta a uno spettacolo non solo è lecito, ma, talvolta, necessario. Sette anni dopo aver visto Overload (all’epoca appena entrato sorprendentemente nella terna dell’Ubu, per poi vincere), ci addentriamo nella campagna veneta, a Camposampiero, tra le città di pianura divenute d’improvviso caso del nostro cinema. Il Teatro Ferrari impressiona per dimensioni, all’esterno, e modernità, in sala (chissà perché il palco rialzato con struttura a tribuna). Stagione, anzi stagioni intriganti, per una piazza inserita nel bel circuito gestito da La Piccionaia. Niente pienone, ma il colpo d’occhio è felice: il pubblico variegato, dettaglio non secondario, denota l’ottimo lavoro svolto (siamo alla stagione #10, in un’attività di semina complessa come quella d’ambito culturale).
Sipario aperto: a destra, un acquario. Ancor prima d’iniziare, qualcuno entra a smuoverne i finti pesci rossi. Ecco Claudio Cirri, da solo, di fronte a un’asta con microfono: rivolgendosi al pubblico, gioca pirandellianamente sul non essere chi dichiara d’essere, ossia David Foster Wallace, scrittore statunitense, penna tra le più influenti dei decenni a cavallo del 2000 e oltre. La quarta parete cede con le domande al pubblico, invero collaborativo, e divertito dalla peculiare situazione. Non è ancora nulla: il provocatorio discorso sull’ormai ridottissima soglia d’attenzione a mo’, appunto, di pesci rossi (una bufala, come si chiarirà) subisce un’inopinata serie d’interruzioni, manomissioni maliziose da parte di Sara Bonaventura, Lorenza Guerrini, Daniele Pennati e Giulio Santolini, innescando pure un’arguta parodia scenica dell’intertestualità propria della rete (con altri presupposti, ricorda Questo lavoro sull’arancia di Marco Chenevier). Infatti, ogniqualvolta Foster/Cirri viene disturbato (anche fuor di metafora: fisicamente placcato da un giocatore di football americano), un cartello sorretto da uno degli altri indica la presenza di un contenuto alternativo sbloccabile: se uno spettatore si alza, prende vita il relativo sintagma scenico; conclusa la deviazione, Cirri (che, indifferente, non cessa di parlare ancorché silenziato) torna “in primo piano”. Il ritmo è serrato, il risultato comico, benché, in seconda visione, il tutto ci suoni, piuttosto, disturbante, faticoso. Effetto, non difetto: ogni elemento (il tennis, i Nirvana, Lynch…) di questa fine scrittura di scena, spiazzante e ricca di scarti, costituisce un indovinato tassello di una drammaturgia coerente e ingegnosa. Data la biografia dell’autore di Infinite Jest, è ovvio che la tirata di Cirri preluda al di lui suicidio per impiccagione: Overload ci pare, infatti, un discorso sul sovraccarico emotivo, più che sensoriale. Oltre alle continue richieste d’attenzione, violente e incontrollate, a dilaniare il tempo di ognuno di noi, si apre quel pelago viscoso che è la depressione, male cosiddetto della nostra epoca, di cui questo lavoro è un tentativo d’esplorazione condotto con rara grazia mediante la creazione artistica.
Il colpo, acquatico e finale, che chiude tutto, l’ingegnoso ritorno in macchina dei performer sulle note sempre più inabissate e liquide di In the Pine (versione, ovviamente, di Cobain), rappresenta il puntuale e sapiente knock-out d’un lavoro che, letteralmente, stende, rimarcando una profonda natura teatrale: si sa come andrà (in barba alla superstizione dello spoiler, improvvida sciagura contemporanea), ma l’effetto non ne risente affatto. Anzi.
Applausi, e grazie, anche a nome dei depressi: non solo per uno spettacolo da (ri)vedere, ma pure per fare repertorio dei propri spettacoli, sottraendosi alla dittatura dell’instant theatre imperante, degli scambi suggeriti, delle pratichette diffuse d’un sistema (anche per questo) in crisi.



