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Sette, anzi nove domande a

Maura Pettorruso e Stefano Detassis

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Coppia d’arte collaudata, incontriamo Maura PettorrusoStefano Detassis a cena, subito dopo il loro Addio alle armi, coraggiosa traduzione scenica del romanzo di Hemingway operata dalla stessa attrice, cui abbiamo assistito, in una specie di anteprima, al Teatro Colombo di Valdottavo. In precedenza, li abbiamo visti (e recensiti) con Senza trama e senza finale (qui lo sguardazzo di Anna Solinas) e in Amleto? (qui quello di Carlo Titomanlio), produzioni legate a Macelleria Ettore Trento Spettacoli. Si tratta di due artisti che un sistema culturale alquanto insulso considererebbe giovani, ma che, in realtà, stanno affrontando in pieno una carriera di tutto rispetto, ed è proprio per questo che ci pare interessante, grazie al supporto di Igor Vazzaz, porli dinanzi al nostro irresistibile questionazzo arlecchino.

Innanzitutto, sette, anzi, nove domande. 

Perché gli spettacoli iniziano alle nove di sera?
Maura Pettorruso: Perché la gente, prima, deve andare a mangiare e gli attori devono sacrificarsi e andare a cena più tardi.
Stefano Detassis: A dire il vero, non lo so.

Cosa non dovrebbe essere ammesso in teatro?
MP: Niente. Cioè: tutto deve poter essere possibile, e ammesso, in teatro.
SD: Il brutto teatro.

Che opinione hai del pubblico teatrale?
MP: Dipende, dipende dal pubblico, soprattutto.
SD: Credo che sia “pubblico” e, quindi, purtroppo o per fortuna, specchio di una società.

Meglio una platea straripante abbonati o una cantina di pochi appassionati?
MP: La seconda.
SD: Una cantina di pochi appassionati.

È possibile fare teatro senza fare spettacolo?
MP: Lo spero!
SD: No.

Che senso ha, per te, la critica teatrale?
MP: È un confronto. [Qui si rende necessaria una chiosa: l’intervista di Maura dovrebbe essere, come minimo, filmata e, fissata in forma scritta, proprio come un copione teatrale, viene a mancare di un’insostituibile aspetto, che è quello performativo, coincidente con le espressioni del viso, talvolta pure “in ironico attrito” con quanto affermato oralmente: del resto, è un attrice… NdT]  
SD: Un’opinione in più.

Che spettatore sei? Cosa dovrebbe fare un’opera?
MP: Mi affascino di fronte a qualsiasi cosa accada… [L’Arlecchino intervistatore fa presente che, la sera prima, sia Maura sia lui stesso, con vari presenti, erano a vedere il poderoso #Lavileo, intimando all’attrice di non fare la “furba”, tra i sorrisi complici degli astanti] Diciamo così: vorrei affascinarmi, o potermi affascinare, davanti a tutto. A volte non è così facile, ma io ci provo sempre.
SD: Dovrebbe cambiarmi la vita.

Un lavoro a cui hai assistito e che rivedresti anche stasera.
MP: Mi cogli impreparata… non è facile, così, su due piedi. Pensandoci bene, direi Novecento di Eugenio Allegri (monologo tratto dal celebre libro di Alessandro Baricco, per la regia di Gabriele Vacis).
SD: L’ultimo nastro di Krapp nella versione di Claudio Morganti. 

Il tuo lavoro che vorresti far vedere a tutti. E quello che avresti voluto evitare.
MP: Non saprei… diciamo che, per la prima parte della domanda, la risposta è che non lo so ancora. Mentre, a dire il vero, non c’è nessun mio lavoro di cui possa dirmi pentita.
SD: Da far vedere a tutti… In cuniculum, un monologo delirante scritto da Carlo Cenini, l’ho fatto nel 2012. Da evitare… beh, tanti. Si possono fare nomi? Lord Cabaret, l’ho fatto nel 2011, con Simone Nardini.

E adesso… tre risposte a cui formulare la domanda: 

Non è una questione di pura e semplice contrapposizione, quanto, piuttosto, di individuare un’armonia funzionale al contesto dato.
MP: [Ride e chiede di ripetere la risposta; chiede di ripetere ulteriormente, continuando a ridere; la risposta le viene quasi sillabata, NdT] Riscontro una discordanza tra utilizzo della scena e del testo. Come mai hai scelto di mettere in dialogo questi due linguaggi così lontani?
SD: Potresti baciare un uomo? [Approvazione tra i presenti, che guardano, con bonario rimprovero, Maura, che tenta un’autodifesa d’ufficio, NdT]

In effetti, la figura di Arlecchino, così densa di sfumature e implicazioni sia teatrali sia antropologiche, esprime alla perfezione la dualità del gesto di guardare ed essere osservati, il rapporto profondo e, talvolta, vischioso, tra lo stare in scena e il gettare lo sguardo a ciò che sta oltre.
MP: Chi è Goldoni? Perché, nel 2015 io, spettatore, debba scegliere di seguire e vedere uno spettacolo su Arlecchino. Che cosa può raccontarmi Arlecchino?
SD: Le maschere sono utili?

Grazie per la domanda. Un nome secco? Emma Dante.
MP: Chi è che ritieni poter raccontare ancora qualcosa, oggi, in un tessuto disconnesso e poco teatrale?
SD: Qual è la regista italiana di cui più hai sentito parlare, positivamente dal pubblico, negativamente dagli attori?

Stefano Detassis e Maura Pettorusso (da facebook) 01

l'Arlecchino
È un semplicione balordo, un servitore furfante, sempre allegro. Ma guarda che cosa si nasconde dietro la maschera! Un mago potente, un incantatore, uno stregone. Di più: egli è il rappresentante delle forze infernali.

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