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Il nordico Winter si fa italiano Inverno

Sguardazzo/recensione di "Winter"

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Cosa: Winter
Chi: Ruta Papartyte, Marco Brinzi
Dove: Prato, Teatro Fabbricone
Quando: 14/03/2015
Per quanto: 50 minuti

«Meno male è durato 50 minuti e non 150» ha esordito una giovane donna al termine di Winter, nell’ampio foyer post- industriale del Fabbricone pratese . Potremmo semplicemente concordare con tale affermazione e concludere qui il nostro giudizio in merito, ma così facendo daremmo al nostro lettore la stessa sensazione ottenuta dallo spettatore pratese: inconsistenza. Non vogliamo essere drastici, benché lo scontento generale al termine della pièce è tangibile; forse il motivo è rintracciabile nelle grandi aspettative che il pubblico ripone nel regista Oskaras Korsunovas, invidiabile maestro di memorabili regie, un esempio fra tutti, il bell’allestimento di Miranda andato in scena a Lucca due anni fa.

All’ingresso in sala, la scena è aperta, interamente connotata dal bianco, attraverso teli e drappeggi; in penombra, accartocciata su una panchina, Ruta Papartyte. La donna inizia immediatamente a inveire contro qualcuno nel pubblico, sfondando con poca convinzione la quarta parete a suon di turpiloqui. Un leggero cambiamento si ha quando Marco Brinzi si alza dalla platea e, rispondendo, le va incontro. Da qui in poi i due non si separeranno da questo habitat polivalente con elementi da esterno (panchine) e da interno (un insieme di lenzuola a simulacro di un letto nuziale). Lei, una recitazione che ricorda la spensieratezza e la frivolezza della Marylin Monroe degli esordi; lui, rigido e ingessato come un caporale dell’esercito. I ruoli, poi, si invertono: stavolta è lui a cercare lei nel pubblico.  La paura che il pezzo possa riprendere dall’inizio è palpabile, come l’odore delle arance ingiustamente triturate con mani e piedi durante la scena. Ecco, Arance è un titolo molto più affine alla realizzazione scenica di Winter di Jon Fosse, proprio perché oltre alla presenza in scena degli agrumi, del medesimo colore sono pure le luci utilizzate, che hanno per sorgente lampioni dalla forma sferica.

Winter, KorsunovasSi recita con i piedi, non è un nostro eufemismo cattivo come i più maliziosi potrebbero pensare, ma un dato oggettivo: Papartyte utilizza i propri con abilità prensili sia per gettare e afferrare oggetti, sia per espandere il proprio corpo, come quando, rispondendo alle domande di Brinzi, divengono estensioni della propria bocca. Il culmine si ha quando, prima lei e poi lui mangiano delle banconote, che a noi rassomigliano ai soldi del nostro biglietto. Verrebbe da aggiungere: «Li mangi una volta, ma non li rimangi più».

In questa nuova performance i tratti salienti del regista perdono efficacia, molto probabilmente a causa di una scelta che altera sia il lavoro corporeo con gli attori sia l’operazione sul testo, anch’esso di matrice nordica. L’intero assetto scenico è costruito su un linguaggio “straniero”: è la lingua del corpo, dei gesti, delle espressioni che nel momento stesso in cui vengono deturpate dalla lingua italiana perdono in toto la loro efficacia. Lasciamo al regista lituano la forza di creare e allestire nella propria lingua e con i propri mezzi espressivi, senza dover per forza ricorrere all’italianizzazione (scenica e non solo) dei propri mezzi. La grande pecca di questo Inverno (più che Winter) è la sua natura ibrida, il suo trovarsi in un incolpevole limbo tra una regia pensata in un modo (spirito nordico) e costretta a vivere in un altro. Medi(t)azione italiana.

 

VERDETTAZZO

Perché: No
Se fosse... un prezzo di un supermercato sarebbe... un sotto costo

Locandina dello spettacolo



Titolo: Winter

dal testo teatrale di Jon Fosse
traduzione italiana Graziella Perin
regia Oskaras Koršunovas
con Marco Brinzi, Ruta Papartyte
costumi Rosanna Monti
musiche Gintaras Sodeika
luci Marco Minghetti


Due grandi nomi della letteratura e della regia - Jon Fosse considerato il massimo scrittore e drammaturgo norvegese vivente, e Oskaras Koršunovas, uno dei più acclamati registi della scena internazionale -, un testo di grandissimo impatto emotivo, due culture diverse – la lituana e la norvegese - che si incontrano: tutto questo è Winter, studio tratto dall’omonimo testo teatrale di Jon Fosse, presentato al Teatro San Girolamo domenica 30 marzo alle 18. Koršunovas ci dice che nelle opere di Fosse «le sfumature sono molto importanti [… ] tutto ciò che non viene detto è importante, come le pause nella musica, che creano contenuto ed espressione. È l’aspetto più importante. Il regista e gli attori dovrebbero dirigere la rappresentazione come un’orchestra. Il regista quasi somiglia ad un direttore d’orchestra. Il testo di Fosse è come uno spartito – il direttore, insieme ai solisti, deve tradurre ciò che il compositore ha creato nel manoscritto”.

Francesca Cecconi
Da attrice a fotografa di scena per approdare alla mise en espace delle proprie critiche. Under35 precaria con una passione per la regia teatrale. Ha allestito una sua versione di Casa di bambola di Ibsen. Se fosse un’attrice: Tosca D’Aquino per somiglianza, Rossella Falk per l’eleganza, la Littizzetto per "tutto" il resto.