Io, che sono Arlecchino, a volte, riesco ancora a stupirmi.
Non accade di frequente, tutt’altro, ma, se e quando accade, l’esperienza s’incide eccome, in profondità.
È stato questo il caso di Una tazza di mare in tempesta, autentico gioiello confezionato da quel peculiarissimo artigiano che è Roberto Abbiati: visto a Lucca, nel ridotto del Giglio ove era stata allestita la “carrozza” che accoglie i venticinque (non di più) spettatori che possono assistere alla performance. Si tratta di una traduzione scenica di Moby Dick, efficacissima, a suo modo completa, eppure lunga… circa 20 minuti.
In così pochi giri di lancetta, l’attore appare e scompare dai pertugi ricavati nelle pareti del piccolo spazio scenico, gioca con luci, suoni, rumori, interpreta vari personaggi, racconta, di fatto, la disperante e disperata caccia al colossale mammifero acquatico da parte del capitano Achab (alla celebre opera di Melville, peraltro, Abbiati si è pure ispirato per un interessantissimo romanzo a disegni pubblicato da Keller Editore).
Il ritmo è forsennato, però mai caotico, e ogni singolo momento di autentica meraviglia (ora il buffissimo volto dell’attore spunta a mo’ di quadretto da una finestrella, ora è in piedi fuori dalla porta, in cerata e stivali, che resiste agli autentici scrosci d’acqua di un’impetuosa tempesta) corrisponde, in realtà, a una semplicissima quanto geniale trovata scenica.
Un trionfo del teatro, a più livelli: come forma d’arte piccola, fatta d’ingegno, non di effetti speciali, e che elude il falso problema della trama (il pericolo spoiler che tormenta i tapinissimi spettatori contemporanei, come se la storia fosse mai, davvero, la cosa importante); un teatro che si offre a qualsiasi tipo di sguardo, senza respingere, a priori, nessun tipo di spettatore. 

È, dunque, a margine di tanta bellezza, che mi avvicino a quell’artista conosciuto dai tempi di Pasticceri (altro gran bel lavoro di una dozzina di anni fa, al tempo in coppia con Leonardo Capuano), visto più volte all’opera, spesso a Castiglioncello, apprezzandone sempre l’acume drammaturgico, la capacità di giocare sia col comico sia con i meccanismi dello stare in scena, spesso problematizzandoli, senza, però, mancare mai la misura di un teatro che vada incontro allo spettatore.

All’ascolto delle domande, da dietro quei baffi che, unici nel vasto campo del teatro italiano, potrebbero tranquillamente competere con quelli di Roberto Castello, Abbiati si fa serio, quasi serioso, prendendosi ogni volta del buon tempo per elaborare la risposta.

Perché gli spettacoli iniziano alle nove di sera? 
Perché, basandoci sul nostro passato di spettacoli abbastanza noiosi, se tu mangi prima dell’inizio della recita è più facile addormentarsi: quindi, l’inizio alle nove di sera fa sì che la presenza a teatro, unita agli effetti della digestione, procuri agli abbonati un sonnellino ristoratore che dura giusto giusto il tempo dello spettacolo.

Cosa non dovrebbe essere ammesso in teatro? 
Lasciami pensare [pensa, a lungo, in perfetto silenzio, N.d.R.]…
Ecco: la cattiveria.

Essendo il teatro un luogo d’arte, e un luogo raffinato, noi a teatro possiamo morsicare qualsiasi cosa senza però dover diventar cattivi. Possiamo addentare qualsiasi cosa, ma non dobbiamo cedere alla cattiveria: perché il teatro deve restare un luogo umano. Possiamo graffiare, dichiarare qualsiasi cosa, possiamo accusare… Ma non può essere, il teatro, cattivo, perché vuol dire che diventi tu, cattivo, e la cattiveria è priva di speranza.
Abbiamo e possiamo mettere in scena testi ferocissimi, il più nobile in queste cose manco a dirlo è stato Shakespeare, che però non è mai cascato nella cattiveria…  Perché l’arte è raffinatissima, non ha bisogno di essere cattiva: ti incula dal didietro [Per restare in tema di raffinatezze, N.d.R.].

Che opinione hai del pubblico teatrale? 
Il pubblico… Io non parlerei male del pubblico, mai: è composto di gente, sono persone, e se ci sono persone c’è sempre la possibilità di fare cultura.
Sì, è come se fossero una speranza, sia che siano giovani (che son bellissimi) sia che siano adulti. Quindi, io credo che, quando il pubblico reagisce male o sceglie le cose brutte, sia sempre colpa di ciò che gli è stato offerto.
Non parlerei male del pubblico, come non parlerei male della gente: cioè, direi pure che siamo un bel paese, no? Se dovessimo parlare di Italia. Che gente bella c’è in giro, non ne parlerei male… Poi però basta poco per farli diventare tutti ostili con i migranti…

Meglio una platea straripante abbonati o una cantina di pochi appassionati? 
Che domanda difficile… Su due piedi mi verrebbe subito da dire «una cantina», però, a rifletterci, bisogna dire che sì, non è giusta la domanda. Cioè: il meglio è quando avviene il miracolo di un incontro, quindi può avvenire sia tra gli abbonati sia in cantina. Non è che l’abbonato, di principio, sia un cattivo spettatore, così come non possiamo dare per scontato che quello delle cantine sia un buon pubblico. Sono così tante e diverse le circostanze: uno si abbona perché è l’avvocato del paese e deve per forza farsi vedere a teatro, oppure c’è il caso dello studente sveglio che, abbonandosi, ha lo sconto sugli spettacoli e, avendo pochi soldi, si abbona. Quindi: domanda sbagliata. [Lo dici te, N.d.R.]

È possibile fare teatro senza fare spettacolo? 
Che domanda è?! [Silenzio pensoso, N.d.R.]
No.

Cioè: se fai il teatro hai un luogo, una forma e dei contenuti, e si presuppone coscienza di quello che stai facendo. Lì, così, avviene uno spettacolo. 
Per strada, ti possono capitare delle cose di un interesse, di una bellezza uniche, ma non sono quella roba lì: sono bellissime, ma non sono un luogo, un contenuto, una forma, non sono teatro né spettacolo.

Che senso ha per te, la critica teatrale? 
La critica teatrale è… Uhm, è sbagliato dire inutile.
Quello che mi viene da dire di più giusto è che la critica è sparita dai giornali e dalle riviste, perché la critica non ha fatto il suo lavoro. 
Proviamo a pensare come funzionano i giornali, i quotidiani, che devono piegarsi a logiche commerciali: tendono a pubblicare critica teatrale se sanno che questa interessa alle persone; il fatto che non la vogliano più è, a mio parere, perché ne abbiamo avuta veramente di poco interessante.
Mi verrebbe da accostarla alla cronaca sportiva: questa ha avuto grandi scrittori, grandi poeti in grado di scrivere pezzi straordinari con una leggerezza, una grazia, un rispetto, una non cattiveria… Ecco: quel saper scrivere permette di parlare di tutto, anche di dire cose brutte, ma di saperle dire. 
Ché, se uno è signore, è capace di dire cose anche tremende, ma le sa dire. E la critica teatrale sino a un certo punto è stata così. Poi, però, è diventata un M’è piaciuto/Non m’è piaciuto, ed è allora che è diventata inutile: spesso, senza cultura ed eleganza, spessissimo cattiva. E la cattiveria non va, in teatro.
È come se fosse sparita la capacità vera di guardare e di sapere a chi scrivere, ché la bellezza di certe cose sta anche nel saperne scrivere: per questo, a volte, non mi fa neanche piacere di sentir parlar bene dei miei lavori.

Che razza di spettatore sei? Cosa dovrebbe fare un’opera? 
Io sono uno spettatore che ha fatto tanto teatro comico, e in tutti i miei lavori adopero la commedia dell’arte clownesca, anche se poi non faccio esattamente il clown. E così, quando vedo cose veramente divertenti, sono serissimo. Quando sono proprio belle e coinvolgenti, mi piacciono a tal punto che le affronto molto seriamente. Tutti mi dicono «Ma scusa, sei un comico! Perché non ridi?» Proprio per quello non rido.

Un lavoro a cui hai assistito e che rivedresti anche stasera. 
Itsi bitsi, non so come si scrive, dell’Odin Teatret. Lo trovi te, come si scrive [Si scrive come si dice: Itsi bitsi, N.d.R.].

Il tuo lavoro che vorresti far vedere a tutti e quello che avresti voluto evitare. 
Ecco, queste sono proprio le domande del cavolo assoluto. [Rieccoci…, N.d.R.]
È come dire: qual è il più bravo o il più bello dei tuoi figli? E quale vorresti far fuori?
[A questo punto, interveniamo, spiegando che il paragone non è esatto e ribadendo la domanda, N.d.R.]
Sì, beh, è vero: uno spettacolo che vorrei far vedere a tutti non è detto che sia il più bello. Allora scelgo Debra libanos: il passato per le armi, sulla strage che hanno fatto gli Italiani nel 1936 in Etiopia, in un monastero dove hanno ammazzato 297 monaci e 1800 pellegrini così, per gusto. Il fatto è che è un clown che lo racconta, quindi è a metà strada tra l’essere divertente e tragico: direi che quindi è questo, quello che vorrei far vedere a tutti. 
Quello invece che avrei voluto evitar di fare… No, quello proprio non ce l’ho. Perché son fortunato, io, ho sempre fatto cose mie, non son mai stato scritturato: ho lavorato solo allo stabile di Torino, ma proprio non volevo neanche, ero in una versione di Il giardino dei ciliegi di cui poi sono anche stato molto contento. Sto pensando se fra le mie c’è qualche minchiata… quelle cose che poi ti domandi «Perché son qui a farla?»… Però no, proprio no.

 

E adesso, tre risposte a cui formulare la domanda.

Non è una questione di pura e semplice contrapposizione, quanto, piuttosto, di individuare un’armonia funzionale al contesto dato. 
Rileggilo…
Ecco sì, perfetto: cosa pensi della dinamica del rapporto tra Stanlio e Ollio?

In effetti, la figura di Arlecchino, così densa di sfumature e implicazioni sia teatrali sia antropologiche, esprime alla perfezione la dualità del gesto di guardare ed essere osservati, il rapporto profondo e, talvolta, vischioso, tra lo stare in scena e il gettare lo sguardo a ciò che sta oltre. 
I ritratti di Schiele mi ricordano la commedia dell’arte.  
[Bello… Ma la domanda qual è?, N.d.R.] 
Ah giusto. La domanda.
Nei ritratti di Schiele ci sono sguardi che ti invitano a farsi guardare, come in un gesto di uno spettacolo della commedia dell’arte. Che ne pensi di questo rapporto?

Grazie per la domanda. Un nome secco? Emma Dante. 
Cioè: io devo fare la domanda?
[Eh…
 N.d.R.
Chi è il personaggio del teatro contemporaneo di cui hai sentito tanto parlare e non hai visto nulla?

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