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Ti prego… non scrivere: vicissitudini di un Arlecchino

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Bizzarra la vita d’un Arlecchino. Foss’anche quella da maschera scrivente, indossata dai presenti compari che s’aggiran fantasmatici tra platee e tribune, a dire degli arlecchini, intesi come attori, che s’agitano in scena, con risultati alterni.

In bizzarria ci supera, talvolta, la realtà: quando, per esempio, si viene avvocati, invocati, invitati, a pubblicar comunicati stampa, ché bisogna fare sistema, darci tutti una mano (ah, il mutuo spirito cooperativo!), si deve andare alla tale presentazione bla bla bla, e sì, grazie dell’attenzione, il vostro è un lavoro importante e bla bla bla, oppure venite a vedere il nostro spettacolo bla bla bla, è un lavoro bla bla bla che riprende alcune teorie di Gad Ghropus che bla bla bla e via andare.

Una vetta, però, l’abbiamo sfiorata in questi giorni, allorquando, accreditati per assistere a Come ne venimmo fuori, di e con Sabina Guzzanti (regia di Giorgio Gallione, il “Tullio Giordana del teatro italiano”, ma questo è un altro discorso), dopo aver pure assistito personalmente alla breve presentazione dell’allestimento, in concomitanza con quella della stagione di La Città del Teatro, riceviamo la singolare richiesta di non pubblicare alcuna recensione prima del 14 novembre.

Allibiamo e proviamo a capire i motivi di tale curiosa petizione, poiché:

  1. Lo spettacolo del 22 ottobre era pubblico e pubblicizzato
  2. Gli spettatori pagavano, a quanto ci risulta, regolare biglietto
  3. Lo spettacolo era inserito nel cartellone del teatro, con la dicitura anteprima

Alle comprensibili perplessità, ci viene risposto, testualmente, che lo spettacolo di Cascina «era un’anteprima e, in quanto tale, non abbiamo invitato i critici ad assistervi. Ufficialmente, la tournèe inizierà il 13 novembre (…)». Quindi, ci chiedono«di procrastinare la vostra recensione fino al 14 novembre, se non altro per correttezza rispetto ai colleghi che saranno informati e avranno la possibilità di vedere lo spettacolo dopo di voi».

Dal che se ne deduce una serie d’eccepibili considerazioni circa la concezione della stampa e delle sue funzioni da parte dei nostri occasionali interlocutori:

  1. Qualcuno (ancora) crede che le recensioni teatrali (le nostre poi!) spostino realmente qualcosa, il che ci commuove per ottimismo e naïveté.
    A dire il vero, lo credono solamente gli uffici stampa (veri assidui lettori di quel che scriviamo, ché dal numero e tenore dei pezzi deriva il giudizio sul loro operato) e gli artisti, ma solo quelli molto seri (che ringraziamo per l’attenzione) oppure i pesci piccoli.
    Quelli grandi, di solito, ci considerano poco o ancora meno.
  2. Per gli organizzatori (ossia l’entourage dell’artista, non certo del personale afferente a La Città del Teatro, sempre collaborativo), quello di Cascina non era evidentemente un vero e proprio spettacolo.
    La cosa avrà avuto ripercussioni sul prezzo chiesto agli spettatori?
    Era stato detto che trattavasi di spettacolo “incompleto” o non del tutto “a punto”?
  3. La richiesta di “non parlare dell’accaduto sino a preciso ordine” riguarda anche gli spettatori?
    Perché se un frequentatore di Cascina, pagante il biglietto, decidesse di scrivere qualcosa sul suo blog, gli verrebbe forse chiesto di cancellare l’eventuale testo?

Siamo convinti che, se un fatto accade, sia più che lecito (ed eventualmente persino dovuto) parlarne. E se questo fatto è stato prima pubblicizzato, non si può pretendere che “sparisca” per opinabili percezioni d’opportunità.
Gli “altri critici”, del resto, potevano benissimo, come noi e i colleghi presenti a Cascina, essere a conoscenza dell’anteprima in questione e recarsi a teatro. Non è che abbiamo usufruito di sotterfugi o scorciatoie.
Altra cosa se si fosse trattato d’una prova aperta: è ovvio che, in tal caso, alla richiesta di riservatezza da parte dell’artista, non si potrebbe che venire incontro, secondo una ragionevole ottica di cooperazione. Ma questa era un’anteprima e non una prova aperta. Anche in ambito enologico si svolgono degustazioni en primeur e l’unica (giusta) accortezza di chi le compie è considerare il peculiare “status” di ciò che viene valutato, cosa che il nostro Giacomo Verde ha ampiamente accolto nel suo pezzo (peraltro positivo!).

Ed è per questo che io, che sono Arlecchino, mi sento più che convinto a dover pubblicare suddetta recensione, nel rispetto di tutte le parti in causa e con la certezza di non fare torto a una richiesta che, però, non possiamo accettare.
Speriamo che tutto questo non pregiudichi la disponibilità della bravissima Sabina a concederci l’onore di rispondere al questionario arlecchino che le abbiamo proposto: nei prossimi giorni ne sapremo qualcosa. Siamo, però, speranzosi come sempre.

Resta un poco d’amaro in bocca, ma siamo Arlecchini, e ce lo facciamo passare.
Del resto, per citare lo spettacolo in questione, siamo ancora in pieno secolo di merda (il periodo che Guzzanti, segnalando una diversa percezione del tempo e dell’aritmetica del futuro, fa partire dal 1990 e terminare nel 2041 − proprio così: sono solo 51 anni).

l'Arlecchino
È un semplicione balordo, un servitore furfante, sempre allegro. Ma guarda che cosa si nasconde dietro la maschera! Un mago potente, un incantatore, uno stregone. Di più: egli è il rappresentante delle forze infernali.

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