Tocca pure a me, che sono Arlecchino, trovare le parole esatte per farlo, ed è complicato. Perché parlare della morte d’una persona cara, conosciuta come tale ancor prima di sperimentarne la sua poliedrica, inesauribile, sorprendente dimensione artistica, è cosa a sicuro rischio di retorica.
I coccodrilli, del resto, sono quasi sempre non tanto un ricordo del defunto, quanto un pretesto d’autocelebrazione per chi li scrive.
Appurato ciò, benché il silenzio sarebbe il segno più igienico da far seguire a un evento luttuoso, io, che sono Arlecchino, certo non posso tacere la morte d’uno dei fondatori di questo foglio elettronico a me intitolato, la dipartita di una persona che tanto ha impresso, pure in questa sede, nella veste di critico e animatore, il suo personalissimo segno, fatto di umorismo e rigore, di gentilezza e acume.

Giacomo Verde è morto, alle prime ore del 2 maggio, dopo una lunga malattia, affrontata con forza, sorriso, carattere. È morto da vivo (immagine retorica pure questa, ma più che autentica), comunicando sino agli ultimi istanti con i suoi affetti (famigliari, amici, collaboratori), attraverso i mezzi digitali che lui, partito dal teatro di strada per diventare Guru della videoarte, utilizzava criticamente, senza sottrarvisi, ma, anzi, sottoponendoli a un attento monitoraggio, (ri)conoscendone limiti e insidie spesso oggetto delle sue riflessioni artistiche.
Il tutto, con un’accogliente, calviniana leggerezza, frammista a un rigore politico e intellettuale assai raro: non a caso, negli ultimi anni, s’era pure imbarcato in due iniziative semi-clandestine, sicuramente randage, come la qui presente elettro-rivista e il Reodadaismo, paradossale propaggine d’azione tra arte e vita, movimento sorto in area viareggina con la frequentazione dei collettivi afferenti all’Officina di arte fotografica e contemporanea Dada Boom (oltre a quello di casa, anche SuperAzione).
Poiché i vari articoli sinora usciti si sono concentrati, comprensibilmente, sulle cose più celebri, più importanti, del Verde artista, a mo’ di bilanciamento, voglio cogliere l’occasione per tappare la falla e segnalare il manifesto reodadaista, invitandovi a prenderne visione.

S’aggiunga, inoltre, che mercoledì 6 maggio, dalle 12 alle 17, il canale multimediale online del Teatro di Roma sarà dedicato a ricordare la figura di Giacomo, rendendo disponibile alla visione in streaming il suo ultimo lavoro a teatro, il bellissimo (sia detto non per affetto, lo si creda o no) Piccolo diario dei malanni +D, di cui su questi schermi venne pubblicato il puntualissimo sguardazzo.
Circa i motivi che portino a concepire e utilizzare una piattaforma multimediale alla stregua d’un canale tv anni Novanta, sorvoliamo, col dispiacere di non poter sentire risuonare la contagiosa risata del protagonista in questione. Ma va bene così, meglio che nulla… dicono in Toscana: la circostanza bandisce qualsiasi spunto polemico (forse) e, quindi, eviterò di scrivere che spazi e riconoscimenti, agli artisti integri, sarebbero da riservare in vita, anziché aspettarne la morte per tributar loro, in ritardo, quel che sarebbe stato conveniente dedicare. Sia chiaro: la convenienza in questione non è appannaggio dei suddetti artisti, giacché se questi avessero avuto davvero fame di fama, avrebbero tenuto ben altre condotte, senza dar vita a percorsi originali, rigorosi, personali, assumendosi tutti i rischi del caso; la convenienza sarebbe, piuttosto, degli stessi enti, ché, distinguendo una volta ogni tanto il grano dal loglio, ne guadagnerebbero in credibilità. Queste cose, io, che sono Arlecchino, non le dico. Ops.
Del resto, a proposito delle celebrazioni più o meno postume, salta alla mente il racconto dei funerali di Eduardo De Filippo secondo la testimonianza di Dario Fo: nel bel mezzo delle altisonanti esequie, l’attautore lombardo assicurava d’aver visto chiaramente, in cielo, la macilenta figura del collega partenopeo che, messi i panni del suo ultimo personaggio Guglielmo Speranza, ricalcava la scena finale di Gli esami non finiscono mai, quando il protagonista, nell’assistere al proprio funerale, «si sente al centro di un gioco talmente infantile da farglielo ritenere uno dei doni più assurdi e affascinanti che la fantasia bizzarra dell’umanità abbia concesso all’uomo».
Sorrido, allora, io, che sono Arlecchino, figurandomi un Verde/Speranza prendersi gioco della fama, delle categorie mondane, dei teatri inaccessibili, delle radio indaffarate, degli operatori condiscendenti, di chi se ne occupa e ne scrive, di tutti, me incluso.

Lo saluto, dunque, nella certezza di incontrarci in un remoto, quanto vicinissimo, futuro come polveri stellari (immagine tratta da una sua bella poesia scritta nei giorni scorsi), offrendo un breve riassunto della sua presenza su queste pagine: dall’intervista che, di fatto, battezzò la testata nel gennaio 2015 alla sua ultima recensione, riguardante uno spettacolo visto al Teatro del Giglio lo scorso gennaio.
La lista completa dei contributi firmati è qui, mentre le recensioni relative a proposito dei suoi lavori, sempre scritte con l’intento d’adoprare la stessa pulizia di sguardo da lui dimostrata, sono tre: L’arte è morta? su Artist = Zombie (assieme a Zombitudine di Elvira Frosini e Daniele Timpano), La contro-fiaba artigianale di Giacomo Verde a proposito di L’albero della felicità e il pezzo già segnalato, riguardante la sua ultima messinscena.

Non finisce qui. Appena sarà possibile, unitamente al Collettivo Dada Boom e a tutti i suoi amici, verrà realizzata la performance/happening di cui lo stesso Giacomo ha lasciato precise disposizioni: non è dato sapere quando, ma è ovvio che qua ne parleremo eccome.
Intanto, per chi volesse approfondire la sua figura e saperne di più, ecco il suo sito personale, il suo libro Artivismo tecnologico pubblicato dalla Biblioteca Franco Serantini nel 2007 e il più recente Giacomo Verde videoartivista, volume a cura di Silvana Vassallo (ETS, 2018).

Infine, poiché sarebbe insensato chiudere un articolo su Giacomo Verde senza includere almeno un video, riportiamo di seguito, direttamente dal suo canale YouTube, Solo limoni, il suo Documentario poetico sui fatti del G8 di Genova del 2001.

Ciao Guru.

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