Rieccoci.
Siete scesi in piazza per salvare il pianeta? Bene. E adesso?
Adesso vi si manda tutti a teatro, dove s’impara che la vita non ha senso e che il pianeta, tutto sommato, di noi se ne strasbatte. Siamo ironici e regressisti? Non troppo: in fondo, concordiamo con Leopardi, e tant’è. Magari, nel frattempo, cercheremo di scansare i proiettili di chi s’è convinto che il mondo sia un grande videogame dove si può sparare a tutti, in base al principio per cui tutte le idee, anche le più deliranti, abbiano cittadinanza. In effetti, pure di questo il teatro contemporaneo ha provato a riflettere (qui e qui, quest’ultimo lo abbiamo pure sguardazzato): «Ma chi ce sente?», viene da chiederci, parafrasando Rino Gaetano.

Lucca e provincia – Da Molière a Dostoevskij, passando per i dummies

Assai esile la settimana lucchese, che parte in provincia, Mediavalle per l’esattezza, con la chiusura della stagione a Barga: la sera di martedì 19, infatti, aria di rompete le righe ai Differenti con Il Mi Sante di Molière, sottotitolo una commedia sulla tragedia di vivere insieme. In scena, Marco Lorenzi, traduttore, adattatore e regista del progetto, affiancato da Fabio Bisogni, Roberta Calia, Yuri D’Agostino, Federico Manfredi, Barbara Mazzi e Raffaele Musella. Si tratta di una rilettura, immaginiamo assai originale, di una delle più importanti commedie scritte in Occidente, Le Misanthrope ou l’Atrabilaire amoureux, giust’appunto. Alla facciazza di chi, qualche anno fa, sosteneva come le opere di Jean-Baptiste Poquelin fossero sempre meno “contemporanee”. Ci piacerebbe davvero andare, posto che siamo indietro di troppi pezzi da scrivere e dovremmo, prima, saldare il debito.

Seravezza, invece, è il penultimo appuntamento quello che vedrà, mercoledì 20Roberto Mercadini proporre il Felicità for dummies da lui scritto e interpretato: «Qual è il significato originario della parola “felicità”? Cosa c’entrano gli alberi? E i vichinghi? E le galassie? E i calciatori brasiliani? Perché William James Sidis, l’uomo più intelligente della storia, ha avuto una vita così infelice? Cosa non aveva capito, lui che era in grado di comprendere ogni cosa? Che gli avrebbe detto Dante? E un calciatore brasiliano? E un galassia? E un guerriero vichingo? E un albero? Perché mi piacciono tanto le domande? Negli ultimi tempi me ne sono fatte molte. Ho incontrato persone immensamente felici. Ho speso ore intere ad osservare animali e persino oggetti che sembravano avere molto da insegnarmi. Il frutto di tutto ciò è questo monologo. Sarei felice di farvelo ascoltare». Siamo davvero sul filo del rasoio e ci verrebbe da dire o bene bene, o male male: il che… è un bene. Andateci, e poi diteci.

Infine, da venerdìdomenica, è chiusura per quel che concerne la prosa a Lucca (Teatro del Giglio): arrivano Glauco MauriRoberto Sturno con la loro rilettura di un capolavoro letterario quale I fratelli Karamazov. Trattasi, tecnicamente, di uno di quegli allestimenti che “devono” mettere d’accordo (quasi) tutti (ossia: pubblico composto non propriamente da teenager, professori di lettere che portano le scolaresche, critica che dubita di essere sin troppo dura con certe situazioni), facendo chiudere un occhio sul “vivere alla giornata” che, purtroppo, è la pura e semplice realtà di spazi secondari come questo, e presso i quali non è stato possibile (i motivi sono innumerevoli) formare un nucleo di persone che riescano a presidiare con efficacia, orientando in modo proficuo la programmazione. Il Glaucone nazionale va per i novanta (ne farà 89 il prossimo ottobre) e non accenna a cedere. Diciamo che lo spettacolo non ci attrae più di tanto (immaginiamo dove vada a parare), ma, onestamente, ci sentiamo di consigliarlo senza problemi.

In extremis, riceviamo poi la notizia d’un altro spettacolo per sabato 23 marzo, nel centro di Lucca, presso uno spazio sui generis e, dunque, ancor più interessante: si tratta dell’Atelier Ricci che ospiterà Molly e Marion, monologo ispirato al capolavoro Ulysses di James Joyce, da cui Simona Generali ha tratto una partitura scenica per voce e clarinetto (suonato da Lara Panicucci, mentre le musiche sono di Silvio Bernardi). L’allestimento è senz’altro impegnativo, ambizioso e, al riguardo, possiamo rimandarvi a quanto scritto dall’arlecchina Sara Casini poco più di un anno fa, ricordandovi che gli spettacoli sono come le persone, ossia pur rimanendo sé stessi, tendono a cambiare, mutare, maturare nel tempo. Insomma, noi ve l’abbiamo detto: andate.

Pisa e provincia – Poesie e dolori diffusi

Cominciamo a dipingere il quadro della provincia pisana dal Teatro Verdi: giovedì ci sarà Dieci storie proprio così: Atto terzo, spettacolo nato da un’idea di Giulia Minoli, affiancata alla regia da Emanuela Giordano. La parola chiave è legalità, parola che in questo come in ogni periodo storico si porta dietro un bagaglio di complicazioni difficilmente solubili. Questo lavoro, nato nel lontano (si fa per dire) 2011, vuole portare avanti un’interessante riflessione sull’abuso, sui diritti-doveri del cittadino e, per concludere, sul ruolo che il teatro dovrebbe avere nei confronti della comunità. «Un ritratto sociale, un’indagine emotiva, una lotta collettiva contro il crimine, per promuovere la cultura come antidoto alla mafia e il teatro come strumento di denuncia, di educazione civica per le giovani generazioni e di impegno per tutti cittadini che fanno della memoria un diritto inalienabile». Problemi su cui in ogni caso dovremmo prenderci la briga di riflettere, perché non farlo a teatro?

Da venerdì a domenica, come sempre, gli spettacoli sono numerosissimi, ve li presentiamo più o meno ampiamente e lasciamo a voi la scelta (salvo darvi qualche spassionato consiglio).
A Cascina (La Città del TeatroCarrozzeria Orfeo porta il suo Animali da bar, per la regia di Gabriele Di Luca, Massimiliano Setti e Alessandro Tedeschi. Sei personaggi disperati e folli si ritrovano in un bar, per dispiegare poco per volta le loro storie. L’impostazione ricorda un po’ Horace and Pete, webserie statunitense il cui il fu Louis C.K. e Steve Buscemi disegnano tra risate amare il quadro di vite devastate. In ogni caso, di questo spettacolo vi hanno già parlato il dott.issimo Vazzaz (qui) e la dott.ssina Salvadori (di qua), dateci un’occhiata, non aggiungiamo altro.

Venerdì le possibilità si sprecano. Al Teatro Rossini di Pontasserchio, per chi vuole piangere un po’, c’è Un bicchiere blu, la storia travagliata di una coppia che si tiene in piedi tra sofferenze e difficoltà (con l’aggravante del figlio in arrivo) e deve improvvisamente scontrarsi con la possibilità di ricominciare da capo, insieme o separatamente. Il soggetto, scritto da Salvatore Zappia e Marta Paganelli, vede la regia di Alberto Ierardi.
Ancora sofferenza, stavolta al Teatro Persio Flacco di Volterra, con Flora, la vita è una storia bellissima, difficile storia dell’esistenza di una donna che si tiene in bilico tra “dolci squilibri” e difficoltà. Massimo Corevi fa muovere Annalisa Vinattieri su una scena desolata, tra incomprensioni e difficoltà.
Scopriamo che la vita non è una storia bellissima, ma questo, forse, lo sapevamo già.

A San Miniato (Teatrino dei Fondi/Quaranthana) si leggono poesie, con S’è fatto tardi molto presto. Edoardo Erba si appoggia alla voce di Maria Amelia Monti (di cui vi abbiamo parlato qui) per raccontare attraverso la poesia i problemi della contemporaneità. «Attraverso un diario semiserio, uno scrittore appassionato di fisica racconta la sua difficoltà a capire i nuovi concetti che riguardano il tempo, e a intuirne le implicazioni nella vita reale. La narrazione, fatta di brevi flash pieni di umorismo, ha il compito di lanciare le poesie contemporanee e che riflettono sul tempo». Provare a portare la poesia ad un pubblico quanto più ampio possibile è operazione tanto interessante quanto difficoltosa, e non è con esagerato snobbismo (o sì?) che storciamo un po’ il naso all’idea di sentir decantare Handke, Szymborska, Ceronetti, Viviani, Cavalli, Lamarque, Marcoaldi, Catalano, Sanguineti, Anne Stevenson, Dimitrova, De Alberti (questi i nomi citati nelle note di regia), con il rischio che al pubblico non rimanga che qualche suggestione spaesata. Forse siamo noi a pretendere troppo, continuando ingenuamente a credere che un certo tipo di letteratura debba essere affrontata con un impegno che non permetta confusione.
In fondo, un po’ di buona poesia non può che far bene.
A Lari (Teatro Comunale) per chi ha partecipato ai primi due appuntamenti, va invece in scena il terzo episodio de La farsa, per la regia di Loris Seghizzi. Ve ne abbiamo già parlato in occasione dei primi due episodi, non ci dilunghiamo oltre.

Il giorno seguente (sabato, se vi foste persi tra paragrafi forse troppo lunghi) Seghizzi sarà invece a Cascine di Buti (Teatro Vittoria) per il suo Canzoni da due soldi. La band, composta da Valeria Volpi, Carlo De Toni, Alessandro Buonamini e Alessandro Franceschini, compirà «un viaggio musical-teatrale nella storia della musica leggera italiana. Un percorso che inizia alla fine dell’800 e che si incrocia con importanti avvenimenti della nostra storia patria. Un “documentario cantato”, un omaggio alle indimenticabili interpreti della canzone italiana e ai motivi che hanno fatto da sottofondo a un’Italia che in essi si è rispecchiata nei cambiamenti politici, culturali e di stile di vita».

Sempre sabato, ma al Teatro delle Sfide di Bientina, c’è Ite missa est, che mette a confronto la religione e la politica, in una teoria complottistica forse non così assurda (almeno questo ci pare di aver dedotto dalle faticose note di regia).
«Un personaggio inventato, Don Dario, che nella sua ultima omelia, racconta fatti circostanziati e dimostrati sulla storia vaticana ed un personaggio realmente esistito, Jorge Carrascosa, che riportando la cronaca dei Mondiali [Argentina 1978] racconta di una dittatura e della sua rinuncia ad essere il capitano di quella Nazionale.» Sulla scena Mauro Monni e Andrea Mitri.

Finiamo con l’unico appuntamento (non lirico) domenicale: Alessandro Averone (visto qui), nei panni di regista e attore (nonché, così ci pare dalla foto, cosplay di Denis Leary), porta al Teatro Verdi di Pisa Il piacere dell’onestà. Lo sappiamo, dopo averlo visto in tutte le salve Pirandello ha cominciato a nausearvi, ma fate uno sforzo e date una possibilità a questo adattamento, potrebbe valerne la pena.«Con la consueta causticità e maestria delle dinamiche teatrali Pirandello ci accompagna all’interno di un salotto borghese. Luogo principe dell’ipocrisia e dell’immagine, e ci mostra con un limpido paradosso la drammatica e ridicola difficoltà di essere radicalmente e compiutamente se stessi». Sulla scena, insieme ad Averone, Alessia Giangiuliani, Laura Mazzi, Marco Quaglia, Gabriele Sabatini e Mauro Santopietro. Questo è quanto.

Oltreconfine & lirica – Sogni, utopie, autobiografie e maschere

Il Teatro del Maggio Musicale Fiorentino apre due settimane intense prima di andare in letargo per preparare il Festival omonimo (inaugurazione il 2 maggio). Da martedì 19 a giovedì 28 (unica tregua il lunedì 25), si altereranno una produzione di repertorio e un nuovo allestimento. Innanzitutto l’intramontabile Rossini con Il barbiere di Siviglia, regia di Damiano Michieletto (di cui abbiamo raccontato qua uno dei suoi visionari allestimenti) risalente al lontano 2003. Noi non l’abbiamo ancora visto, ma ci piacerebbe cogliere l’occasione per assistere a uno dei primi cimenti dell’audace regista veneziano.
Ancor più imperdibile, a nostro avviso, la nuova produzione di La clemenza di Tito, non solo perché Mozart è sempre Mozart, ma anche perché sul podyo troveremo Federico Maria Sardelli, una figura a cui Arlecchino non può che voler bene: fine studioso e interprete del settecento musicale (specialmente vivaldiano), il Maestro livornese è noto pure per la sua collaborazione con il Vernacoliere. Talvolta le due vene si mescolano, e a tal proposito auspichiamo di poter assistere alla sua più recente composizione: Bettino Craxi, per voce solista di tenore gobbo, coro di Negri, coro di Sciampiste, Orchestra. Al netto delle divagazioni, la regia è di Willy Decker e per conoscere le date precise trovate tutto sul Calendazzo.

Ancora un’opera buffa rossiniana in quel di Casciana Terme (PI), dove domenica pomeriggio sarà in scena La Cenerentola al Teatro Verdi. Registriamo sempre con molta gioia questi eventi lirici allestiti laddove il melodramma può ancora trovare la sua naturale collocazione, cioè nei teatri di provincia. Regia, costumi e direzione d’orchestra sono firmati da David Boldrini, per cui è scongiurato qualsiasi rischio di conflitto tra buca e palcoscenico. Ci dispiace non poter andare, ma voi non perdete l’occasione!

Sempre nel capoluogo, ma stavolta alla Pergola, in scena il Don Chisciotte nell’adattamento di Francesco Niccolini (qua questionazzato) di cui sono protagonisti Alessio Boni e Serra Yilmaz, per la regia collettiva dello stesso Boni con Roberto Aldorasi e Marcello Prayer. Inutile dirvi di più, se non rimandarvi alla recensione appena pubblicata di Francesca Cecconi. Se, nel leggerla, vi viene voglia di vederlo, lo trovate in scena da martedì a domenica.

Al Fabbrichino di Prato, da martedì a domenica, sei repliche per The night writer, lavoro autobiografico di cui Jan Fabre cura testo, regia e scene. Lino Musella vestirà i panni del teatrante belga, per uno spettacolo intimo e riflessivo. Un’occasione inedita per entrare a contatto con una delle figure di spicco del teatro europeo contemporaneo.

Pistoia, sempre attenta a evitare sovrapposizioni, offre due proposte: al Funaro sarà in scena André e Dorine, una «coppia di anziani che, come tante altre, è caduta nell’apatia, dimenticando così ciò che un giorno li unì». L’allestimento è della compagnia spagnola Kulunka Teatro, per la regia di Iñaki Rikarte. Siamo curiosi, magari un arlecchino riuscirà andare giovedì o venerdì.
Recita secca sabato sera, invece, per Jimmy, creatura di sogno al Piccolo Teatro Mauro Bolognini, liberamente tratto da un testo di Marie Brassard con la regia di Giuseppe Tesi. Giulio Maria Corso è il protagonista di questa pièce basata su un doppio binario: «Il primo, stridente, qui in maniera provocante e provocatoria, di un sogno che dà vita a un amore per alcuni ancora proibito o visto rigidamente sotto una luce negativa, l’amore omosessuale. Il secondo, meno lineare di sostanziale alterità, si snoda attraverso uno schermo con cui il pubblico è chiamato a lasciarsi trasportare dalle immagini, visionarie, utili a suggerire, piuttosto che a descrivere». Non sapremmo dirvi molto di più, ma magari già questo vi può intrigare.

Anche questa settimana è tutto, o comunque più di quanto vi meritiate.
Venite a teatro: ci sono le ballerine.

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