Rieccoci.
Senza capirci troppo, giacché la fase 3 (è quella in cui ci troviamo adesso, vero?) parrebbe somigliare tanto a una fase 2 asteriscata, in cui parte delle persone si comporta come se niente fosse accaduto, col restante che è, al pari di chi scrive, assai perplesso.

Come rendere conto del teatro quando questo si dematerializza, trasfondendosi in altre forme, assumendo, per non morire, altre sembianze, ma di fatto scomparendo come tale?
Aggiungiamo, inoltre, i tanti, troppi propositi carezzati durante la serrata, e via via infiacchiti, avendo smarrito concretezza e aderenza.
Adesso, tutti (ci riferiamo agli spazi, ai soggetti organizzatori) s’industriano a metter su qualcosa, a organizzare: sforzi encomiabili, sia chiaro, talvolta pure fantasiosi, sempre caparbi, ma, diciamocela tutta… è difficile, troppo difficile.
Checché se ne dica, i teatri non sanno e non possono certo sapere cosa sarà di loro in autunno, e in inverno, e questo è uno scenario che sino a qualche mese fa sarebbe risultato inconcepibile: ché il teatro, noi arlecchini, lo vediamo fatto, ma per farlo servono risorse, programmazione e tempi medio-lunghi. E molte, molte persone a lavorarci intorno.

Luglio sarebbe stato mese da festival, ma anche da raccolta di comunicati stampa relativi alle stagioni invernali: e se per il primo segmento di discorso registriamo alcuni esempi di proposta (Armunia, Santarcangelo, ma non solo), per quanto concerne la seconda parte, siamo in piena marea. Come si può pretendere, dunque, di dar conto di un’attività sempre più liquida (ci sembra proprio di citare l’amico Andrea Kaemmerle; sì, vabbè, pure un tipo di nome Zygmut Bauman ha usato il termine, ma di sicuro l’ha fatto dopo aver visto Balcanikaos), parcellizzata, con le forze presenti e la perenne tentazione di far le cicale e non sforzarsi più di troppo? Impossibile.

Non resta che abdicare, per qualche mese, al provvido Calendazzo, cercando di attaccarci a quanto davvero ci accade vicino, magari con un’iniziativa speciale.
L’occasione, invero, c’è, ed è Tempi moderni. La commedia rivista, ennesima idea di quel diavolo d’un Castello (nel senso di Roberto) che, in piena emergenza pandemica, è riuscito a raccogliere forze, volontà, fantasia per trasformare un progetto e trarne un’ipotesi operativa interessante, in chiave sia performativa sia politica.

Cerchiamo di capire di cosa si tratta:
parliamo di una rassegna che vedrà 4 nuovi titoli spalmati su 31 recite distribuite in otto date (dal 23 al 26 luglio e dal 31 luglio al 2 agosto) e sette corti (nel senso di aie rurali) comprese nel territorio del comune di Capannori, a pochi chilometri da Lucca.
Ogni spettacolo è stato realizzato coinvolgendo un autore drammaturgico, un autore musicale (individuale o collettivo), un attore e un danzatore, con la supervisione coreografica dello stesso Castello e i costumi di Desirée Costanzo.
Il tutto, mettendo al tavolo numerosi soggetti produttivi (citiamo la sempre molto attiva Caritas di Lucca) e, soprattutto, stringendo una collaborazione con la rivista Tempi moderni, che dà il nome al progetto, oltre a riecheggiare uno dei grandi capolavori chapliniani.

Le peculiarità della proposta sono numerose: non si tratta, invero, d’un festival. Le quattro realizzazioni sono tutte originali, inedite e, dunque, al debutto assoluto, frutto di collaborazioni sorte e ispirate durante questi ultimi mesi. I luoghi scelti, all’interno di un territorio comunale assai vasto come quello capannorese, coincidono con alcune belle, suggestive corti di campagna, un ambito urbanistico particolarissimo e, ahinoi, assai mutato, come destinazione e funzioni: sino a qualche decennio fa, queste tipiche strutture abitative diffuse in tutta l’Italia centrale rappresentavano un radicato nucleo comunitario, con usi e comportamenti sedimentati nel corso dei secoli (la presenza di un forno e la messa in comune delle provviste, l’assoluto divieto di recinzione privatistica; tutti elementi venuti meno nel corso degli ultimi cinquant’anni).
Una scelta che ci pare ulteriormente sensata, se si pensa che quello capannorotto (come dicono da quelle parti) è anche un territorio di ville meravigliose, dislocate perlopiù in media collina: negli anni, anche queste hanno ospitato concerti, spettacoli, incontri, ma, ecco, scegliere le corti, anziché le ville ci pare qualcosa di più interessante rispetto a proposte turistico-spettacolari che magnificano (a fini sempre e solo commerciali) le eccellenze. Queste ultime rappresentano la chicca da offrire al turismo che dev’essere per definizione “selezionato”, costituendo un occhio esterno; cercare di migliorare la vita vera, ossia quella media, di chi abita un ambiente, come accade nelle corti, è, anche politicamente, un’opzione di tutt’altro senso e, a nostro avviso, meritevole d’attenzione.

La redistribuzione delle risorse reperite grazie agli enti promotori sono state suddivise secondo criteri rigidamente egalitari, ignorando scientemente i principi mercatistici secondo i quali il nome X potrebbe valere di più o di meno del nome Y. La messa in contatto tra artisti di estrazioni diverse tra loro, inoltre, funge da ulteriore elemento d’interesse, nella coscienza che le contestuali condizioni produttive (tempi ristretti, destinazione non tecnicamente teatrale dei lavori, tipologia degli specifichi spazi scenici scelti) impongono di virare il discorso al comico (da qui il sottotitolo rivelatore La commedia rivista) e alla brevità, per immediatezza comunicativa e sperimentazione linguistica.
(Ri)Portare la performatività nelle aie significa, infatti, proporre, in via sperimentale, una sorta di vivificazione di questi luoghi, sondandone le possibilità sociali, in evidente controtendenza rispetto a una società dello spettacolo da decenni imperniata, ben prima del settore terziario e della scuola della presente era pandemica, sulla comunicazione a distanza, mediante schermi grandi o piccoli, da quelli cinematografici a quelli televisivi sino a quelli elettronici di computer e smartphone.
Il tutto, in uno dei momenti più interlocutori e incerti che ci sia capitato di attraversare, giacché fare spettacolo dal vivo richiede tutta una serie di misure che sino a qualche mese fa avremmo reputate distopiche, ancor più che fantascientifiche: misurazioni di temperatura corporea, tracciature di spostamenti, dichiarazioni di buona salute.
Da ultimo, il ritorno al lavoro per una serie di professionisti dello spettacolo, non solo attori e danzatori, ma pure tecnici, organizzatori, personale amministrativo, che rappresentano uno dei comparti più seriamente danneggiati dagli accadimenti degli ultimi mesi.

Eccoci, dunque, a proporci come narratori, da vicino, di questa esperienza, affiancandola, illustrandola, parlando coi suoi protagonisti.
Cercheremo di perseguire lo scopo facendoci venire qualche idea originale, se possibile.
Di certo, ne saremo testimoni, per raccontare quello che vedremo, più che per “recensire” qualitativamente, cosa che, chi ci legge, sa bene quanto sia comunque distante dal nostro modo di concepire l’esperienza del teatro.

Di seguito, il programma per quanto concerne la prima settimana, con i primi due titoli

Testo originale di Samuele Boncompagni, interpretato da Silvia Frasson.
Un lavoro in cui si narra dell’incontro fra la duecentoduesima e la duecentotreesima squadra nella classifica FIFA, il Bhutan e Montserrat, svoltosi appunto in Bhutan, nel cuore dell’Himalaya, nel giugno 2002 mentre Germania e Brasile si giocavano il titolo Mondiale. Un illuminante squarcio su un mondo dello sport tanto lontano dai riflettori quanto profondamente umano, intercalato dai trascinanti mash-up musicali di Økapi sulle quali Giselda Ranieri, nella coreografia curata da Roberto Castello e con i costumi di Desirée Costanzo, si cimenta in una serie di danze scatenate.

Testo originale di Riccardo Goretti, interpretato da Mariano Nieddu: il titolo è ispirato a un antico detto pistoiese e tratta della comica situazione in cui si trova un neo-defunto, in vita prodigo e generoso, all’arrivo in paradiso.
Una divertita e divertente riflessione sull’impossibilità di avere un rapporto equilibrato col denaro.
Ad inframmezzare il racconto, le danze di una splendida Ilenia Romano sulle musiche ebraiche di tradizione italiana composte per l’occasione da Enrico Fink.

Calendario

giovedì 23 luglio
ore 20.00, Corte Luporini (Santa Margherita), La finale delle schiappe
ore 21.30, Cortaccia (Badia di Cantignano), Per i bischeri non c’è paradiso
ore 21.30, Piazza Del Rio (Ruota), La finale delle schiappe

venerdì 24 luglio
ore 20.00, Aia Saponati (Matraia), La finale delle schiappe
ore 20.00, Corte Speziale (Segromigno in Monte), Per i bischeri non c’è paradiso
ore 21.30, Corte Cristo (Lammari), Per i bischeri non c’è paradiso
ore 21.30, Corte Biagetti (Marlia), La finale delle schiappe

sabato 25 luglio
ore 20.00, Corte Luporini (Santa Margherita), Per i bischeri non c’è paradiso
ore 21.30, Cortaccia (Badia di Cantignano), La finale delle schiappe
ore 21.30, Piazza Del Rio (Ruota), Per i bischeri non c’è paradiso

domenica 26 luglio
ore 20.00, Aia Saponati (Matraia), Per i bischeri non c’è paradiso
ore 20.00, Corte Speziale (Segromigno in Monte), La finale delle schiappe
ore 21.30, Corte Cristo (Lammari), La finale delle schiappe
ore 21.30, Corte Biagetti (Marlia), Per i bischeri non c’è paradiso

AVVERTENZE

  • La durata degli spettacoli è di 30 minuti circa. Chi lo desidera può portare la propria seduta da casa
  • Agli spettatori si chiede di contraccambiare il lavoro degli artisti donando generosamente cibo e beni di prima necessità che saranno raccolti sul posto dai volontari della Caritas di Lucca e devoluti alle famiglie che in questo momento si trovano in difficoltà
  • Possono essere donati generi alimentari confezionati di ogni tipo
  • Possono essere donati anche frutta e verdura freschi
  • NON possono essere donati alimenti cucinati in casa e sfusi di cui non sia possibile certificare l’origine (es.torte, sformati, frittate, ecc…)

SONO particolarmente utili:
olio, pannolini e prodotti per infanzia, pasta, pane, riso, latte, tonno, carne in scatola, prodotti per l’igiene intima, detersivi.
Chi volesse ulteriori informazioni può chiamare la Caritas allo 0583/430938.

 

Print Friendly, PDF & Email