Lo dicevamo: teatro in corte, non a corte.
I dettagli sono fondamentali e, tra questi, siano annoverate pure le preposizioni semplici: l’allocuzione
a corte evoca il periodo tra fine Quattrocento e inizio del secolo successivo, momento cruciale e pionieristico del teatro italiano e occidentale (le prime commedie ariostesche videro i primi esempi di scenografie prospettiche); il teatro in corte rappresenta, invece, una delle strategie contemporanee di praticare la scena, e non solo immaginarla come nelle (troppe?) interviste di questi ultimi mesi, cercando di adattare ogni tipo di esigenza, da quelle sanitarie a quelle sociali.
Non deve essere stato facile coordinare per mesi uno sforzo organizzativo che ha visto la partecipazione di istituzioni ed enti, unitamente all’allestimento di lavori completamente nuovi con l’intervento di artisti diversi, peraltro senza che questi potessero incontrarsi di persona. Sono i
Tempi moderni, questa Commedia rivista che, già a partire dalla solo apparentemente semplice titolazione, contiene una composita serie di tracce e spunti di riflessione: dalla suggestione chapliniana al legame pratico con una testata operante oggidì, cui parrebbe occhieggiare anche l’attributo rivista, applicato in prima istanza alla Commedia, genere popolare per eccellenza. 

Santa Margherita e le schiappe

Con tali pensieri arriviamo a un tiro di schioppo dalla ferrovia e dalla stazione di Tassignano, in una delle moltissime corti rurali che occhieggiano quella landa agricola strappata secoli or sono alla palude fluviale che è il territorio capannorese. Orientarsi tra viottoli e stradine non è facile, ma siamo moderni, e il GPS segue le precise coordinate elettroniche fornite dall’organizzazione. La serata estiva è tiepida, il sole s’è addolcito, il verde circonda la statale, abbandonata qualche decina di metri più in là, oltre la prima filata di case e villette. «Ah, la campagna…», immaginerà chi ci legge, quasi citando un Cutugno d’antan: manco per idea; l’autentico dramma, in qualsiasi angolo dell’ambito countryside toscano, è rappresentato dal problema del parcheggio, poiché su ogni muro, e persino su qualche albero, campeggiano minacciosi divieti di sosta per i non residenti. Pure questa è modernità, in qualche modo, e ci torna alla mente la velenosetta Risposta al ragazzo della via Gluck, canzone d’un Gaber pre-teatrale, ma già ben avviato sulla strada della criticità di pensiero. 

Guadagnata Corte Luporini, espletiamo le giuste operazioni di riconoscimento e parziale sanificazione (le mani), per poi cercare di capire il dove e come. Entriamo in un’aia non molto ampia, con puntuali vasi di siepe a delimitare il fronte delle abitazioni. Sulla destra, la pedana che funge da palco e, di fronte a essa, una fila di variopinti bambini già disposti alla visione. Siamo tutti mascher(in)ati, al punto che s’aguzzano gli occhi per distinguere dalle silhouette i conoscenti o gli estranei: qualche saluto, qualche sorriso intuito dall’inarcatura dello sguardo, e via.
È la volta di
La finale delle schiappe, testo di Samuele Boncompagni: musica ritmata fatta di intriganti sovrapposizioni sonore (è lo stile di Økapi, al secolo Filippo Paolini, autore di questa parte), e quel cinema che è Giselda Ranieri, piedi scalzi, gonna e camicia vaporosa che rimanda a certe hostess dei film d’epoca o alle pubblicità statunitensi degli anni Cinquanta, si prende la scena. Conosciamo Giselda, danzatrice facilissima da guardare, difficilissima da descrivere: ha movenze sinuose, pure sensuali, eppure sempre cariche d’uno sciente umorismo, passando senza soluzione di continuità dalla smorfia del ragazzaccio allo sguardo complice di chi s’è divorata, più che mangiata, la foglia. Costruisce partiture vieppiù ridicolose, giocando con gli stereotipi: un po’ Jerry Lewis (anche se il filtro ci pare Jim Carrey), un po’ Carmen Miranda, un po’ Totò, quando si fa marionetta dagli arti cadenti. Riassume in sé alto e basso, buffo e non solo, catturando benissimo l’attenzione degli astanti, anche da quella parte di pubblico che non è detto condivida il suo immaginario: non sappiamo, per dire, se il Principe De Curtis sia qualcosa di conosciuto in Marocco o in Albania, luoghi di provenienza di alcune fette di presenti che, comunque, apprezzano e non poco.
La scena passa poi a
Silvia Frasson, che racconta d’una partita di calcio a suo modo “mitica”, voluta parodia della finale mondiale 2002: Bhutan e Mont Serrat, ultime due nazioni nel ranking FIFA, si sfidano nello stesso giorno in cui Brasile e Germania si contendono la Coppa del Mondo, match organizzato dagli olandesi (per elaborare il lutto della mancata partecipazione al torneo di Giappone e Corea). Siamo dalle parti, ma non alle altezze, di Osvaldo Soriano, narratore del mondiale fantasma del 1942 (Pensare con i piedi e Futbolraccolte di racconti mirabili, e non solo per chi ama il pallone), e il racconto suona gradevole, pur nell’evidente necessità di rodaggio. Andare in scena senza luci è tutt’altro che uno scherzo, oltre al dettaglio della voce naturale in uno spazio non prettamente scenico; questo va sottolineato, così come, pur nella trasparenza del racconto di quel che vediamo, è doveroso capire la peculiare natura di questa iniziativa, che va dall’estetica (gli spettacoli afferiscono comunque a questo ambito) alla politica (portare spettacolo, gratuito, alla gente è un atto politicamente forte), dal sociale (la presenza della Caritas e la raccolta di alimenti è parte tutt’altro che secondaria di tutto questo) a una dimensione che definiremmo “antropologica”, perché osservare le reazioni di un pubblico domestico, e non necessariamente aduso ai linguaggi della performatività contemporanea rappresenta un ulteriore punto d’interesse.

Davanti a noi, le testoline nero-ricciute delle bambine si sono moltiplicate: incrociamo lo sguardo con il padre e il resto della famiglia. Sono contenti. «È una cosa bella», dice lui, e la moglie annuisce. Gli occhioni si sono moltiplicati, da tre siamo a cinque piccolette: al «Vi è piaciuto?», replicano gli sguardi addolciti, con qualche voce a pigolare.
Salutiamo, recuperiamo la macchina e ci muoviamo verso il secondo appuntamento.

Badia di Cantignano e il paradiso

Da Santa Margherita, guadagnamo la sottomonte, dirigendoci verso la conca che dà su Vorno: poco prima della Tenuta dello Scompiglio, dirimpetto del bel complesso della badia (appunto) di Cantignano, si oltrepassa il ponticello di pietra sul rio, arrivando alla CortacciaContesto assai più suggestivo rispetto al precedente: l’ampia apertura contornata di abitazioni è dominata da un grande acero, nei pressi del quale si sono assiepati in buon numero gli spettatori.

Dopo la presentazione di rito da parte di un’entusiasta rappresentante del comune (ogni serata viene introdotta da un consigliere o un preposto: la tentazione di inaugurare un apposito filone di recensioni è forte), in scena va Per i bischeri non c’è paradiso, testo di Riccardo Goretti, interprete Mariano Nieddu, musiche di Enrico Fink, danzatrice Ilenia Romano. Stavolta è l’attore a rompere il ghiaccio, e di ghiaccio, pur metaforico, si deve davvero parlare: l’impiego di illuminazione (è calata l’oscurità, nel frattempo) fa sì che chi è in scena non veda il pubblico; l’attore, avvertendo un po’ di timidezza da parte degli spettatori, invita ad avvicinarsi. Qualcuno si muove, ma la distanza muta di poco e chissà che la paura di questi mesi non sia una delle cause, tanto più che in provincia di Lucca sono ricomparsi dei casi di positività al Covid-19.
Nieddu, biacca bianca in volto come Romano, saluta con fare complice, da stand up comedian, per lasciar poi campo al primo brano di musica e danza. Fink ha ordito una trama che fonde elettronica, melodismo klezmer e sonorità a tratti rumoristiche (nella terza partitura s’ode più volte un treno): Romano, nerovestita, sfrutta ogni trillo, ogni aggancio acustico, facendo vibrare le lunghe leve e sfruttando con sapienza una fisicità atletica e flessuosa. Il monologo ha per protagonista… un morto che torna dall’aldilà per raccontarci come il detto che dà titolo al pezzo (diffuso in varie zone della Toscana) sia comicamente vero: giunto, dopo il trapasso, presso l’ufficio che distribuisce le anime tra Paradiso, Purgatorio e Inferno, scopre infatti che tale operazione non si svolge in base alla giustezza degli atti compiuti in vita, bensì all’ammontare dei beni accumulati. Lui, che fedele agli insegnamenti del nonno meccanico e scialacquatore, aveva terminato l’esistenza terrena con appena 8 euro sul conto corrente. In questo caso, il testo ci pare meglio assestato, e così pure l’abbinamento tra la parte coreutica e quella musicale. Nel corso dell’ultimo brano danzato, affiora l’idea d’un qualche legame tra la Morticia ballerina di Ilenia Romano e il personaggio di Nieddu, una felice unità formale, la sensazione di qualcosa “che tiene”, a prescindere sia dalle giustificazioni logiche sia dalle eventuali (ma non verificate) intenzioni degli autori.
Il pubblico apprezza, e la raccolta di beni alimentari da affidare alla Caritas riscuote un bel successo.

Sarà interessante vedere l’evoluzione, e degli spettacoli e, soprattutto, del pubblico.

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Igor Vazzaz
Toscofriulano, rockstar egonauta e maestro di vita, si occupa di teatro, sport, musica, enogastronomia. Scrive, suona, insegna, disimpara e, talvolta, pubblica libri o dischi. Il suo cane è pazzo.