È sulla scorta d’una settimana, per non dire un’epoca, strana che nasce questa rivista, l’ennesima, come se ve ne fosse necessità. Quasi vi fosse una fame, e così non è, di parole sul teatro, corollario d’una fame di teatro che è mera e placida utopia, al di là dell’ottimismo sottovuoto spinto da ministero, dell’entusiasmo allucinogeno dei colleghi critici (non ce ne vogliano: siamo arlecchini; oppure, sì, vogliatecene: siamo arlecchini), del salto in avanti prossimo venturo che, come il comunismo in un celebre monologo di Gaber, «oggi no, domani forse, ma dopo domani sicuramente».

Niente di tutto ciò, ipocriti lettori, nostri amici (forse), nostri fratelli (dubitiamo): Arlecchino, che d’altro nome fa Truffaldino, vuol ciarlar di teatro, di tutto ciò che questo comporti o possa comportare. Non col piglio o l’intenzione di dar patenti, conferir premi, elogi o menzioni di sorta. Non per infilarsi in qualche commissione, alla direzione d’alcunché, alla gestione d’un qualsivoglia potere. Non si tratta, si badi, d’abdicare alle proprie responsabilità: quel che pensiamo, lo scriveremo e di questo potete contarci. Lo faremo con onestà arlecchinesca, la paradossale e parzialissima correttezza nella coscienza di servire due, anzi, più padroni: chi va in scena, chi permette la scena, chi guarda la scena, chi riflette sulla scena. E, soprattutto, noi, che ne scriviamo e ne scriveremo.

Garantiamo poco, meglio che nulla: l’onestà rustica e zannesca di chi non vuol farsi menar per il naso, di chi non incenserà tizio perché ne carezza in un cassetto la monografia da pubblicare a breve, di chi, non essendo ricattabile (la mancanza di potere consente questa incommensurabile posizione di potere), può dire e scriver quel che meglio crede. Non abbiamo rendite da difendere, posizioni da presidiare: viviamo e vivremo, in questo senso, di ciò che scriviamo, con la poca o molta credibilità conseguente, senza la pia e ingenua superstizione d’essere slegati da meccanismi, ma con la caparbia volontà di non venir imbrigliati da nessuno. E il piacere, sottile e acuminato, di seminar qua e là trappole. Giocare, e non scherzare.

Radicati in Toscana, porzione settentrionale: strani arlecchini, ma, non lo diciamo noi, Stenterello è una mascheruccia, con buona pace di Luigi Del Buono, suo ideatore settecentesco. Avremo a cuore di documentare, in primo luogo, l’attività teatrale (latu sensu: ci sarà anche il melodramma, il teatro musicale della tradizione italiana) delle province di Livorno, Pisa, Lucca e Massa Carrara, e l’intenzione, appena possibile, d’estenderci a Pistoia e Prato. Documentare non è soltanto recensire, ma, soprattutto, fornire una mappatura costante dell’attività scenica di quest’area, con un Calendazzo (ogni sezione ha definizione arlecchina) il più possibile aggiornato, a costituire, questa l’intenzione, punto di riferimento importante per coloro che vorranno sapere cosa vi sia in scena nella zona, giorno per giorno.

Documentare: non solo e non tanto giudicare; certo, non ci sottrarremo, nel tentativo d’assecondare una purezza chimica e una lucidità sempre aperta al confronto. A questo serviranno gli Intrallazzi, nella fattispecie d’interviste con artisti, operatori, colleghi. La prima autoreferenziale: altrimenti non potrebbe essere, ma sarà, questa la promessa, l’unico caso, la sola concessione. Le altre aperte al dialogo. Perché, arlecchini che non siamo altro, oltre il ghigno e la battuta, non saremo mai convinti di saperla più lunga degli artisti, degli spettatori, degli organizzatori, di voi che ci leggete: ascolteremo, sempre e comunque, pronti, se possibile o d’uopo, a mettere in discussione ogni assunto. Pronti pure ad accogliere visioni, senza, però, metter mai a rischio la nostra più intima natura.

Nostra sede, in via simbolica, la Biblioteca del Teatro del Giglio, a Lucca. Di ciò, ringraziamo la dirigenza e il personale dello spazio, pur ribadendo la nostra più totale (e dissennata) indipendenza: stiamo virtualmente lì, perché pensiamo che le biblioteche possano essere luoghi ancora vivi o, meglio, da vivificare, difendere, far conoscere. Lì svolgeremo, appena possibile, alcune attività, quelle che ci competono, tra cui l’avviare alla visione giovani e non («i giovani hanno rotto i coglioni: che invecchino», sosteneva beffardo un nostro pessimo maestro), provando a ricuperar al teatro e per il teatro occhi, menti e compagni di strada. Non in senso generico, consolatorio o inerte: ma di ciò discuteremo poi.

Tutto questo, e poco o molto altro, serbando sempre l’incrollabile convinzione che nessuno ce lo chieda, compagna della certezza intima d’esserci imbucati a una festa cui nessuno ci avrebbe mai (come dargli torto?) invitato.
Lasciateci divertire, e divertitevi, nella speranza che, arlecchini che non siamo altro, vi si possa accompagnar per lungo tempo.

Il prologo è concluso, si chiudano libri e sospetti, s’aprano sipari e bottiglie. Trinch.

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l'Arlecchino

È un semplicione balordo, un servitore furfante, sempre allegro. Ma guarda che cosa si nasconde dietro la maschera! Un mago potente, un incantatore, uno stregone. Di più: egli è il rappresentante delle forze infernali.