Io, che sono Arlecchino, vaco per vocazione, assunto, caparbietà.
Vacuo mi pregio di essere, e in vacanza: questa, non certo intesa quale sospensione dal tempo del lavoro, di quella sostanziale schiavitù cui si votò l’uomo nel preciso istante in cui gli balzò in mente che valesse la pena progettare, immaginare, speculare; la vacanza in questione non è ferie né feria, bensì l’esser vacante, come un trono, un titolo, una cattedra che manchino d’assegnatari.

Sono, ossia siamo, siamo stati e saremo, ancora per un po’, vacanti.
Ve ne siete accorti? Lecito dubitarne, e non per malafiducia.
Viviamo un’epoca troppo densa, ove le voci, le immagini, le parole si sommano e si fondono di continuo, in una giostra perenne e spietata, che chi ne sa più di me (non ci vuol molto) ha paragonato a un ciclone, un maelstrom, osservabile, per paradosso, dal suo centro esatto, a patto, però, di saper raggiungere una così peculiare postazione.
Non ve ne siete accorti, e va bene così: presi dal gorgo, talvolta pure noi non ci accorgiamo della nostra assenza, quindi, siamo pari e, pur se così non fosse, pazienza.

Eppure, non abbiamo certo smesso di andare a teatro, di frequentare sale, né di ragionarne ai margini. Anzi.
Semplicemente, il tempo per scrivere ci è scorso tra le dita, senza neppure averne una chiara percezione. Sui motivi di questa oggettiva sospensione, stiamo provando a riflettere, ma, obiettivamente, si tratta di cose poco interessanti per chi s’è abituato a leggerci.
Quel che conta è che l’intenzione sia di tornare.
In forma rinnovata, non necessariamente migliore, ma, si spera, più solida, per una nuova stagione invernale che non si chiuda, come nelle due precedenti, con un mezzo naufragio di stanchezza.
Per questi motivi, vagheremo un po’ in qualche festival, ma senza voler presenziare per forza (i colleghi critici, in questo senso, svolgono abbondantemente la funzione: ove s’adombri la lontana ipotesi d’un mezzo buffet, eccoli a sgomitare… figuriamoci se in ballo entrano ospitalità lunghe e, addirittura, quattrini), contando di tornare a settembre.

Lasciamo in sospeso, e ci spiace, un po’ di annotazioni, di visioni, che però non vorremmo far cadere e che, a mo’ di gioco, elencheremo in un altrove, dal titolo Note fuori stagione, da aggiornare di quando in quando, ancora per un pochetto. Non salderanno certo il debito morale con gli artisti osservati all’opera, coi quali abbiamo talvolta parlato, discusso, mai sottraendoci al confronto; magari, potrebbero essere tracce su cui tornare.

Diciamo, quindi, che il pezzo finisce qui, con i saluti per una bella estate.
Altrove, per i più curiosi, l’elenco ragionato di quanto sbirciato nei mesi passati, senza aver avuto modo, e tempo, di scriverne con proprietà; presto, inoltre, ricomparirà il Calendazzo, con tanto di stagioni e spettacoli nuovi.
Ci ritroviamo a ottobre.
E anche voi, mi raccomando, vacate.

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l'Arlecchino
È un semplicione balordo, un servitore furfante, sempre allegro. Ma guarda che cosa si nasconde dietro la maschera! Un mago potente, un incantatore, uno stregone. Di più: egli è il rappresentante delle forze infernali.